Restauri

….Quarant’anni ci son voluti per costruirla, dal 1631 dopo la tragica eruzione del Vesuvio al 1660, quando fu inaugurata tra due ali di folla, eppure la guglia di San Gennaro rimane magnifica, “ ..non solo a Napoli, ma per l’Italia intera” (scriveva il Celano). Senz’altro è la più bella tra le altre più tarde, San Domenico e l’Immacolata, per l’acutezza del suo impianto, semplice a chi la guarda ma sapientemente predisposto nella statica – mattoni e tufo nella parte basamentale, pietra sorretta da anima di ferro nella parte sovrastante - da un artista, Cosimo Fanzago, che seppe essere scultore di piccole e grandi forme, nonché architetto viaggiante per tutto il Viceregno e quasi certosino per l’impegno che profuse nell’arricchimento artistico appunto delle Certose, da San Martino fino a quella di Serra San Bruno in Calabria.

di Ida Maietta *

Nel 1999 La Ruota dei poveri torna a girare:

“QUESTA RICCA CASA OFFRE LATTE AI FANCIOULLI, DOTE ALLE NUBILI, VELO ALLE VERGINI E MEDICINA AI MALATI. E’ SACRA A COLEI CHE ESSENDO VERGINE E MADRE CON IL SUO LATTE FU VERO BALSAMO DEL MONDO” E ‘ IL DISTICO IN LATINO POSTO SULL’ARCO DI INGRESSO ALLA SANTA CASA DELL’ANNUNZIATA. FU SCRITTO NEL 1666 DA PADRE GUICCIARDINO DI SAN PETRO A MAIELLA. OPERA SU MARMO DI COSIMO FANZAGO COMPENDIA IN MODO SINTETICO E PRECISO LE ATTIVITÀ DI ASSISTENZA CHE L’ANNUNZIATA HA SVOLTO PER CIRCA CINQUE SECOLI A NAPOLI.

di Gemma Cautela*

...Il quadro che Massimo espose sull’altare maggiore della chiesa delle Anime del Purgatorio ebbe lodi (….) In esso figurò la beata Vergine col Bambino che scendono nel Purgatorio con diversi angioli, i quali vanno liberando quelle anime dalle fiamme che le tormentano..fu in quel tempo lodato per essere ben dipinto e fresco di colore; laddove a nostri giorni vedendosi annerito e le ombre di soverchio oscurate, resta privo di quell’accordo o lume di prospettiva, onde viene la dolcezza, unione, e degradazione di colori”. Con quanto rammarico Bernardo De Dominici segnalava nel 1744 la cattiva conservazione del dipinto dello Stanzione che si presentava scurito e di difficile lettura.

“Storia di un restauro: la guglia di San Domenico Maggiore”

di Ida Maietta*

Le operazioni di recupero di quanto degradato della guglia di San Domenico Maggiore, ha dato la possibilità nel corso del 2006 di riconsiderare un po’ tutta la storia di questo straordinario monumento - collocato peraltro in una delle piazze più gettonate dai napoletani e turisti – che assomma in sé molteplici significati. Si tratta, infatti, di un’opera di indubbia valenza simbolica riconosciuta sin dalla sua nascita come uno dei segni tangibili della presenza dell’Ordine Domenicano nella vita cittadina ed identificata oggi tra le immagini più rappresentative di Napoli.

di Patrizia Giordano

Pensare che nessuno ci sperava più, si credeva irrimediabilmente perduto da oltre cento anni, coperto da una coltre compatta che aveva oscurato ogni segno di pittura. Allora? Si è dovuto lavorare di bisturi ed olio di gomito per verificare se di quel capolavoro racchiuso a Porta San Gennaro fosse rimasto qualcosa. L'unico superstite a Napoli delle sette porte che Mattia Preti, il cavalier calabrese, aveva dipinto per ringraziare la Vergine e santi della fine della peste del 1656 : Porta del Carmine, Nolana, Capuana, di Costantinopoli, Reale e di Chiaia e appunto quella di San Gennaro, antico ingresso alla città vecchia, che passa quasi inosservato in un anfratto di Piazza Cavour ( l'antico Largo delle Pigne); mura cadenti o infradiciate da smog ed umidità, tra insegne di bar e pizzerie ed un vistoso esercizio di pompe funebri.

Smembrato in più parti, accatastato per anni nei depositi della sacrestia, sconosciuto ai più, il ciborio a base ottagonale e mistilinea, è uno dei più pregevoli esempi dell’arte del commesso marmoreo a Napoli della prima metà del Seicento. Il manufatto si inseriva perfettamente nel contesto dell’antico altare maggiore della chiesa dell’Annunziata, progettato da Cosimo Fanzago e distrutto nella sua imponenza da uno spaventoso incendio nel 1757 che mandò in rovina l’intero edificio, risparmiando solo gli ambienti della Sacrestia, la Cappella Carafa di Morcone e la Sala del Tesoro.

di Filomena Maria Sardella*

Se li guardate da vicino e provate a chiudere gli occhi, vi parrà di sentirli fremere, quei due destrieri, come a scuotere nell’aria le loro criniere nell’ansia di ripartire, magari galoppando per raggiungere il sogno di una città civile, di una società che apprezza e fa vivere (e non rivivere, perché non vi è nulla di morto) il suo Ego, orgogliosa di una Storia che non è passata se la può mostrare; una ricchezza condivisa che, se conosciuta, recuperata, apprezzata, può diventare patrimonio inespugnabile contro ogni abbrutimento del nostro tempo, troppo spesso vittima di miseria culturale.

Altro piccolo capolavoro nel chiostro di San Lorenzo Maggiore : il toccante monumento funebre di Enrico Poderigo, realizzato nel 1467 dal figlio Francesco che commissionò questa raffinatissima tomba a parete ad uno dei principali scultori attivi allora a Napoli, Giovan Tommaso Malvito, figlio dello scultore Tommaso, di lontane origini comasche. Sul sepolcro è scolpita l’immagine delle armi del defunto sorrette da due amorini addormentati ed una scritta in cui si legge:

Se ci si sposta verso il portale della Sala Capitolare, alzando gli occhi, sulla lunetta compare una colmatura “dipinta a fresco” in stile senese, raffigurante “San Francesco che dà la Regola ai Minori e alle Clarisse”. L’opera è di un ignoto giottesco attivo a Napoli verso il 1335-40. Tempo fa, l’affresco fu staccato malamente e trasferito su di un nuovo supporto mobile. Restavano sul muro brani sparsi di colore e di sinopia, ombre irregolari più che altro, che i lavori di restauro dalla nostra Associazione hanno finalmente riordinato e reso leggibili.

di Gemma Cautela*

Eseguito nel corso del 1994, il restauro del San Michele Arcangelo posto nella prima cappella asinistra della chiesa di Purgatorio ad Arco, ha permesso di assegnare il dipinto al poco noto pittore Girolamo De Magistro, del quale è stata ritrovata la firma nascosta da pesanti ridipinture ed occultata dalla cornice spessa. Questa scoperta ha consentito non solo di correggere la tradizionale attribuzione, trasmessa dal galante, ad Annella De Rosa, sorella di Pacecco e figliastra di Filippo Vitale, ma anche e sopratutto di aggiungere una seconda opera certa all'esiguo catalogo del pittore,

di Paola Fiore - Salvatore Borrelli e Maria Grazia Carotenuto*

Il dipinto di Girolamo De Magistro presente nella chiesa di Purgatorio ad Arco, esattamente nella prima cappella a sinistra dell'ingresso, aveva già subito un primo intervento di restauro di carattere sia conservativo che estetico e a giudicare almeno dalla foderatura eseguita con colla forte, il dipinto risale certamente alla metà del Seicento.

Restaurato nel 1995, è una interessante tela giovanile eseguita nel 1661 per i Governatori della Deputazione di Purgatorio ad Arco, in cui l’artista rilegge e rielabora gli accenti neoveneti di Mattia Preti, le rarità pittoriche di Rubens, la pittura esuberante di Pietro da Cortona e di Lanfranco che poté studiare nei suoi soggiorni giovanili a Roma. L’immagine di Sant’Alessio, protettore dei pellegrini e mendicanti, nuovo santo della Controriforma, rinnova l’appello della Chiesa tridentina al sacrificio e alla fede per la salvezza dell’anima. L’angelo posto di profilo, emerso dopo il restauro, finanziato da Incontri Napoletani ed eseguito dal gruppo di Paola Fiore, Salvatore Borrelli e Maria Rosaria Carotenuto, è la versione ribaltata di quello dell’Annunciazione di Tiziano, collocato un tempo in San Domenico Maggiore, oggi nel museo di Capodimonte.

E’ una delle più belle pale d’altare del maestro, collocata nella terza cappella a sinistra della chiesa. Il ripristino, sponsorizzato dalla Associazione nel 1996 ed eseguito dai restauratori Salvatore Borrelli e Maria Grazia Carotenuto, ha consentito di restituire la giusta lettura della tela, modificata da un precedente quanto malaccorto intervento risalente agli anni ’40 del secolo scorso. Il tavolaccio su cui è disteso il corpo del santo, era stato arricchito con l’aggiunta dei piedi, il mantello, la tenaglia( posti alla sinistra) totalmente coperti, modificati anche i manti della Madonna e del Cristo. Il dipinto venne commissionato al Vaccaro nel 1650 ed appartiene alla piena maturità dell’artista, ritenuto dal De Dominici” uno di quei pochi, a quali il pregiato dono della grazia viene conceduto dalla benigna natura”.

di Gemma Cautela*

Giacomo Farelli, di origini romane, si trasferì presto a Napoli e nel 1644 entrò nella bottega di Andrea Vaccaro dove si esercitò 'nel disegnare continuamente le buone stampe e i modelli ed il nudo', come racconta il De Dominici nella biografia dedicata al pittore, 'e tanto bene nel principio che imitò il maestro, che alcune mezze figure dipinte in quel tempo da Giacomo, sembrano di Andrea'.
Dopo una prima adesione non marginale alla pittura naturalistica, con particolare attenzione ai modi di Stanzione, di Vitale e di Francanzano, gli interessi del Farelli si orientarono verso il classicismo bolognese, sopratutto verso le opere napoletane di Guido Reni, di Domenichino e di Lanfranco, dai quali trasse incentivi a praticare l'esercizio del disegno copiando modelli antichi e studiando anatomie.

Ancora splendida la pala d’altare della Basilica di San Paolo Maggiore raffigurante la “Madonna col Bambino fra gli apostoli Pietro e Paolo”, ubicata nella Cappella dell’Immacolata, la terza lungo la navata sinistra. Venne commissionata a Francesco Cicino da Caiazzo nel 1498; notizia ricavata da un documento che consentì al compianto Raffaele Causa di assegnare al pittore - attivo a Napoli tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 - un gruppo omogeneo di opere tra cui l’affresco posto dietro l’altare della vicina Cappella Pontano, databile al 1492 ed ubicata ad inizio di Via Tribunali, all’angolo di Piazza Miraglia. Il dipinto fonde modelli figurativi romani ed umbri che trovano ampi consensi nell’ambiente culturale napoletano di fine secolo, come attesta anche la commissione a Cicino da Caiazzo da parte dell’umanista Giovanni Pontano per la decorazione del suo prezioso tempietto funerario.

A dir il vero, i piccoli-grandi miracoli italiani sono venuti fuori quasi sempre dall’impegno e dalla volontà di noi cittadini. Una realtà, che scuotendoci dal nostro torpore quotidiano, ha rastrellato forti consensi ed appoggi, ovunque, soprattutto a Napoli.
Occorre essere consapevoli del fatto che un territorio vissuto a lungo nel degrado ed abbandono, come quello partenopeo, non può rimandarci alcuna immagine di noi stessi in positivo e tale da accendere o suscitare legittimi sentimenti di orgoglio, di appartenenza e di autostima.

di Patrizia Giordano e Claudio Tenerelli*

Prorompente nella sua teatralità funeraria, nella plasticità delle forme, dove la bruttezza del disfacimento del corpo vince per far trionfare la bellezza della verità, dell'esistenza di un'anima oltre il corpo, quindi dell'Assoluto. Tale doveva essere l'immagine che un tempo irradiava la visione del ' Teschio alato' di Purgatorio ad Arco, oggi posto alle spalle dell'altare maggiore della chiesa, lungo l'antica strada di Via Tribunali. Nel Seicento infatti l'altare della chiesa non era così alto come l'attuale di fattura settecentesca, ma molto più basso di modo da lasciare libera la vista sin dalla porta di ingresso, del pregevole manufatto. Opera di Dionisio Lazzari, allievo di Cosimo Fanzago al quale è tradizionalmente attribuito il disegno, il bassorilievo è l'espressione più concreta e visibile di quanto il mito della morte si rinnovi a livello di creatività popolare trasformandosi nella mani degli artisti del tempo in immagine apotropaica o scaramantica, dove lo slancio patetico e la spontaneità d'effetti, insieme realistici e idealizzati, sintetizzano la linea fondamentale del linguaggio barocco.

Risale al maggio 1996 l’intervento di Incontri Napoletani nel chiostro dell’insula francescana di San Lorenzo Maggiore, uno degli spazi più stimolanti del cuore antico di Napoli. Ben quattro i monumenti restaurati, questa volta in collaborazione con il Comitato notarile regionale, presieduto da Vincenzo Del Genio, quattro piccoli capolavori che si dilatano lungo oltre due secoli di storia e che vale la pena ricordare. Nell’angolo nord est del chiostro, il pezzo forte della serie, la lunetta affrescata da Montano d’Arezzo, raffigurante una “Madonna col Bambino ed un devoto”.