Basta pentirsi: il ‘Teschio alato’ di Purgatorio ad Arco

di Patrizia Giordano e Claudio Tenerelli*

Prorompente nella sua teatralità funeraria, nella plasticità delle forme, dove la bruttezza del disfacimento del corpo vince per far trionfare la bellezza della verità, dell'esistenza di un'anima oltre il corpo, quindi dell'Assoluto. Tale doveva essere l'immagine che un tempo irradiava la visione del ' Teschio alato' di Purgatorio ad Arco, oggi posto alle spalle dell'altare maggiore della chiesa, lungo l'antica strada di Via Tribunali. Nel Seicento infatti l'altare della chiesa non era così alto come l'attuale di fattura settecentesca, ma molto più basso di modo da lasciare libera la vista sin dalla porta di ingresso, del pregevole manufatto. Opera di Dionisio Lazzari, allievo di Cosimo Fanzago al quale è tradizionalmente attribuito il disegno, il bassorilievo è l'espressione più concreta e visibile di quanto il mito della morte si rinnovi a livello di creatività popolare trasformandosi nella mani degli artisti del tempo in immagine apotropaica o scaramantica, dove lo slancio patetico e la spontaneità d'effetti, insieme realistici e idealizzati, sintetizzano la linea fondamentale del linguaggio barocco.

La preziosità del manufatto - la cui enfasi si ripete nelle morti trionfali poste ai lati dell'altare maggiore ( raffigurate nella foto), nasce dall'accostamento di due blocchi lapidei: il primo, un marmo grigio scuro che funge da fondo e crea un forte contrasto con il secondo, un bianco di Carrara. Il blocco scuro venne scavato e modellato sapientemente dal Lazzari per alloggiare il blocco bianco che concretizza il bassorilievo vero e proprio. Nell'insieme, il teschio appare particolarmente macabro: la bocca che evidenzia ancora qualche dente, ostenta quella specie di ghigno beffardo che solo la morte può palesare nell'ultimo istante ed il suo volume è volutamente ingrandito per renderlo ben visibile da lontano. L'opera conserva una plasticità vigorosa, l'artista ha scavato nella viva polpa del marmo nicchie d'ombra, ha modellato con mano sicura sulla massa delle ali, puntando così sugli effetti luministici che davano alla scultura l'illusione del colore. Il contrasto tra luce ed ombra era fondamentale nelle ambientazioni barocche, per contribuire a rafforzare o mitigare spazi e volumi, producendo al contempo atmosfere suggestive nelle quali i punti luce erano diretti con maestria su zone o soggetti da valorizzare o sottolineare. Tant'è che il pellegrino o il fedele anche più distratto che entrava nella chiesa, era talmente colpito dall'immagine della scultura da rimanere attratto e, nello stesso tempo, sconvolto, turbato. A quei tempi gli ambienti erano illuminati solo da candele e lumi a olio, e quindi, nella semioscurità, l'effetto luce irrompeva come una cataratta da un solo punto, la cupola - il cui apparato decorativo seicentesco era sparito già ai primi dell'Ottocento - per cadere a pioggia sull'abside, squarciando in un solo punto l'ombra per rilevare fulmineamente ciò che viveva ed alitava nel buio. E' lo stesso luminismo, quale getto dell'anima, che pervade la pittura caravaggesca e che la scultura fa propria dando alla forma il senso prepotente della plasticità. Un esempio tipico di quell'unità delle arti visive che resta la principale caratteristica della figuratività seicentesca. Così nel gioco di chiaroscuro,l'immagine irradiata del teschio risultava molto suggestiva ed aderente all'aspirazione costante della retorica barocca: il suggerimento di una dimensione ultraterrena. Il cranio e le tibie laterali, disposte come una sorta di croce inclinata a quattro bracci, sembrano richiamare il simbolo solare dei quattro elementi che sintetizzano la vita terrena vissuta - acqua, aria, fuoco e terra - rammentando all'uomo così la caducità della sua esistenza quel 'polvere sei polvere tornerai'. Il cappuccio che copre le ossa frontali del teschio e che raggiunge le tibie incrociate in fiocchi e volute, rappresenta invece il pentimento, la possibilità di riscatto e ravvedimento: l'uomo non è destinato al bene o al male come predicava la Riforma di Lutero alla fine del Cinquecento con il suo Cristianesimo salvifico, ma piuttosto con il libero arbitrio, nel senso che ognungo rimane responsabile della propria dannazione o salvezza. Infine, le due grandi ali che si dipartono come un volo d'angelo, paiono alla fine spazzare tutto ciò che sulla terra trattiene ed incute timore, per elevarsi e diventare 'atmosfera dell'anima': il pentimento dei propri peccati conduce all'eterno, all'assoluzione definitiva. O forse a quelle libertà sognata dopo che l'ultima catena si è sciolta.

 

*Docente accademia di belle arti, esperto in tecniche di restauro conservativo ed estetico, ha eseguito per conto di Incontri Napoletani sotto la direzione tecnico- scientifica della Soprintendenza per i B.A.S. il recupero dell’affresco di Mattia Preti su Porta San Gennaro ( ottobre 1997), degli affreschi proto-giotteschi e del monumento funerario di Enrico Poderigo nel chiostro di San Lorenzo Maggiore ( Napoli, 1995-96)

* tratto da 'Passaggio a Purgatorio ad arco", versione italiano-inglese, Altrastampa, Napoli, maggio 2001

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