La Guglia di San Domenico Maggiore

“Storia di un restauro: la guglia di San Domenico Maggiore”

di Ida Maietta*

Le operazioni di recupero di quanto degradato della guglia di San Domenico Maggiore, ha dato la possibilità nel corso del 2006 di riconsiderare un po’ tutta la storia di questo straordinario monumento - collocato peraltro in una delle piazze più gettonate dai napoletani e turisti – che assomma in sé molteplici significati. Si tratta, infatti, di un’opera di indubbia valenza simbolica riconosciuta sin dalla sua nascita come uno dei segni tangibili della presenza dell’Ordine Domenicano nella vita cittadina ed identificata oggi tra le immagini più rappresentative di Napoli.

Il restauro promosso da Incontri Napoletani è stato reso possibile grazie al contributo di Regione, Comune e Provincia, il sostegno dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione e la collaborazione dell’impresa specializzata “Giovanna Izzo restauri” che ha eseguito i lavori sotto l’alta sorveglianza della nostra Sovrintendenza. Un ripristino conservativo ed estetico che ha richiesto più di otto mesi di impegno costante, certosino, paziente. In primo luogo per il tipo di manufatto che si aveva davanti che si sviluppa su un’altezza di cirxca 26 metri( più o meno i 100 palmi di allora) nonché il pessimo stato di conservazione, caratterizzato da un diffuso degrado della materia e da un insieme di fenomeni di ossidazione, annerimento ed erosione che ne impediva una lettura ottimale. Anche in questo caso, come per la guglia di San Gennaro, ci siamo avvalsi della consulenza gratuita della S.T.R.A.G.O, specializzata nell’utilizzo di tecniche scanner laser, per ottenere un “monitoraggio” completo ed una diagnosi sullo stato di salute di questo particolare esempio di scultura architettonica. Bisogna dire che la costruzione della “piramide” del glorioso San Domenico di Guzman, compatrono di Napoli, eretta per devozione popolare dopo la peste del 1656, si protrasse per quasi un secolo mancando così per forza di cose ed eventi di una vera e propria unità di progettazione. E’ questa una delle singolarità che caratterizzano il monumento alla cui realizzazione furono impegnate personalità e competenze diverse alternatesi nel corso del tempo. Toccò nel 1658 al regio ingegnere Francesco Antonio Picchiatti, detto volgarmente “Picchetto”, che in quegli anni lavorava alla chiesa del Pio Monte della Misericordia,”..cominciare detta opera e portarla fuori dalle fondamenta..” partendo dalla struttura portante del monumento che realizzò su una solida base in piperno su cui innestò una tessitura di blocchi di tufo legati da una malta composta di calce ed inerti, probabilmente di natura vulcanica. Il paramento della struttura, la cosiddetta “pelle”della guglia, venne affidata nel 1665 al pensiero e allo studio felice del rinomato Cavalier Cosimo Fanzago. L’intervento del grande scultore e architetto lombardo fu circoscritto alla realizzazione dell’apparto decorativo dei rivestimenti delle due basi sovrapposte, sulle quali poi si sarebbe innestata la piramide, interrompendosi presto, però, perché già nel 1666 l’artista era in lite con i monaci Domenicani. Non vi è dubbio comunque che nonostante la burrascosa fine del rapporto con i religiosi, l’impronta di Fanzago sia rimasta saldamente impressa sull’intero monumento condizionando l’intervento di uno dei suoi allievi più dotati, Lorenzo Vaccaro, pagato “ in conto delli marmi lavorati ed altro ha fatto per la piramide che si fa al largo di san Domenico” nel dicembre del 1679, un anno dopo la morte del maestro. Dopo un’interruzione durata un cinquantennio i Domenicani si rivolsero al talento e l’esperienza di Domenico Antonio Vaccaro per portare a termine l’intervento, anche per volere di sua maestà Carlo III di Borbone. Il poliedrico artista che era nella fase finale della sua attività diede prova della sua abilità delineando armonicamente la parte finale della guglia in un disegno proveniente dalla collezione Piancastelli, oggi conservato nel Cooper-Hewitt Museum di New York. Il progetto del Vaccaro, che riusciva a fondere le preesistenze seicentesche con le soluzioni più aggiornate al contemporaneo linguaggio rococò, non venne però realizzato e prevalse nella soluzione definitiva la conclusione del monumento con il tema formale della piramide peraltro già nelle idee del Fanzago. Per realizzare il completamento della guglia, i cui lavori erano ripresi nel giugno del 1736, Vaccaro si avvalse dell’opera del marmoraio Giovan B.Massotti con cui aveva già consolidato un buon rapporto di collaborazione. I marmi rimasti per tanti anni abbandonati nel monastro di San Domenico, appena sbozzati dai marmorai di Fanzago, vennero ripresi, finiti e messi in opera dal Massotti che eseguì la pulitura e, probabilmente, in alcuni casi la ri-lavorazione di tutti gli elementi già approntati nel Seicento per renderli compatibili alle nuove decorazioni. La guglia fu completata nell’ottobre del 1737, come ricorda una delle due lapidi marmoree poste sul basamento di piperno, mentre la statua di San Domenico ( alta circa tre metri) venne probabilmente eseguita più tardi dall’argentiere Francesco Mansone, sempre su disegno del Vaccaro, attraverso una serie di elementi di fusione costituiti da testa e mani in bronzo e l’ampia veste realizzata in rame. La scultura venne montata nel mese di settembre 1738, assemblando sul posto gli oltre 50 elementi che la costituiscono.

L’argomento è trattato ampiamente nel volume “ Piazza San Domenico Maggiore in scena" - Napoli, giugno 2006

*Soprintendenza per i B.A.P.P.S.A.E. di Napoli e Provincia, Direttore dei lavori.

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