La memoria è tema inevitabile nella letteratura, potremmo dire, forse, che è la letteratura stessa.
E gli esempi sarebbero virtualmente infiniti: dagli epici racconti d’Omero, alle ricordanze leopardiane fino alla dimessa evocazione di Attilio Bertolucci, il maestro della reverié: “A Bologna, alla Fontanina, un cameriere furbo e liso aprì per noi una porticina…” .
Francesco d’Episcopo descrive con accenti appassionati come quella napoletana sia anche la letteratura dell’appartenenza al luogo. Vicende intrise di luci, umori, odori su cui si stagliano le immagini di luoghi della città e di uomini che difficilmente riescono a separarsi da essa.
Dal Di Giacomo del Pianefforte e’ notte, le cui note si perdono lungo lo spazio del vicolo - ricorda D’Episcopo - alla Scala a S.Potito di Luigi Incoronato, per arrivare, in anni più recenti, ad Ermanno Rea, alla Via Gemito di Domenico Starnone, ai racconti di Erri De Luca.
Uno scenario di case, strade, piazze che si trasfigurano nel luogo etereo del cielo napoletano dalla “luce gridata a perdifiato” - per dirla con Leonardo Sinisgalli - quella che pervade l’anelata e ormai proverbiale “bella giornata” di Raffaele La Capria.
Chi conosce Nicola Pagliara non può sorprendersi quando il noto architetto afferma: “Il luogo dell’immaginario è la fonte della nostra capacità di elaborare memoria. Dal momento che la “creatività” si basa sulla possibilità di ricordare e di manipolare i ricordi, trasformandoli in nuove realtà”. L’opera di Pagliara, in difficile equilibrio tra passione mediterranea ed etica del lavoro mitteleuropea è un percorso originalissimo e suggestivo lungo le tracce dei maestri dell’architettura di quello straordinario periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. I protagonisti di una stagione in cui il “mestiere” era anche quello di creare suggestioni che l’età del funzionalismo ha liquidato come residui sentimentalistici e “borghesi”.
Ma la possibilità e la manipolazione del ricordo diventa l’abilità di comporre nuovamente, perché nulla si crea e nulla si distrugge, ammonisce Pagliara, ma tutto nelle mani dell’architetto si reinventa continuamente. E così, nell’opera di Nicola Pagliara, non le citazioni ma la proiezione delle memorie di maestri come Sullivan, Wright, Wagner, Horta, Hoffman, rivivono in una lingua nuova. Originale.
“Tuttavia la memoria - aggiunge al termine di un incontro che estasia il pubblico - è anche nostalgia, da cui nessuno è immune e la letteratura, l’arte, il cinema, la stessa architettura ci aiutano a capire questo nostro bisogno di avere “luoghi” e di poterci confrontare con loro”. Ed è così che il progetto di un albergo può diventare nelle mani dell’architetto un transatlantico pronto a salpare dal lungomare di Salerno all’inseguimento del Rex di Fellini, un’onirica apparizione tra le nebbie del ricordo.
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