Patrizia Giordano
Giornalista free lance e copywriter, un po’ creativa un po’ giramondo, è entrata nel gruppo di Incontri Napoletani in occasione del restauro della Rota degli Esposti nel 1999. Ha curato le pubblicazioni storico-scientifiche promosse dal sodalizio ed è attualmente la Vicepresidente.
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Sarà il sovrintendente per il Polo Museale della Città di Napoli, Fabrizio Vona, a presentare sabato 19 maggio, alle 18.30, il restauro della Madonna lignea posta sull'altare maggiore della chiesa di S. Maria di Piedigrotta, una pregevole opera della prima metà del sec XIV, realizzata da un ignoto maestro senese.
La leggenda racconta che questa regale immagine della Vergine in trono con il Bambino - ieratica e severa, secondo i consueti stilemi bizantini - sia stata ritrovata sotto le fondamenta della primitiva chiesa eretta dalla pìetas popolare su indicazione della stessa Madonna apparsa in sogno, alla vigilia dell'8 settembre del 1353, a tre persone, rispettivamente ad un monaco benedettino, a Maria di Durazzo, monaca di nobili origini ed a un certo Pietro, l'eremita, imponendo loro di costruire una chiesa ai piedi della grotta di Posillipo, detta anche Crypta Neapolitana. Grazie alle munifiche donazioni della regina Giovanna I di Durazzo, il pio luogo venne interamente ricostruito ed ampliato diventando il centro di una festa amata da popolo e nobili: Angioini, Aragonesi, ma soprattutto i Borboni, fecero della "Parata di Piedigrotta" un vero e proprio spettacolo - da godersi comodamente dai balconi di Chiaia - con sfilate di carrozze, costumi d'epoca, parate militari e fuochi d'artificio. Nell'Ottocento, recuperando gli antichi stornelli dei contadini, la festa si trasformò in una "sagra della canzone napoletana", momento ideale per far dimenticare ai napoletani guai e povertà.
Come in tutte le immagini di grande devozione popolare anche l’austera madre-regina di Piedigrotta è giunta a noi molto trasformata nei suoi caratteri originari: strati di ridipinture si sono sovrapposti nel tempo ma la solennità dell’impostazione del gruppo ligneo e la pregevole fattura pongono l’opera sulla scia della grande produzione plastica, a Napoli, dello scultore Tino di Camaino. Fino al 1967, un bel manto di seta laminato in argento ed arricchito con stelle di filo dorato ricopriva la statua posta nel baldacchino in cima all'altare maggiore. Il manto è ora conservato in una grande teca alle spalle del trono della Vergine e rammenta un'altra leggenda, cara ai pescatori e marinai di Mergellina, quella della "scarpetta della Madonna" in cui si narra che in una notte di tempesta quando il mare giunse sino alle porte della chiesa, il sacrestano Bernardino trovò il trono della Vergine vuoto. Mentre cercava aiuto, certo che fosse stato un furto, vide la Madonna tornare verso la chiesa con il mantello bagnato. Ella gli disse di essere andata in soccorso di alcuni marinai che avevano invocato il suo aiuto. Nel togliersi la sabbia dalle scarpe, ne dimenticò una sulla soglia della porta, ritrovata il giorno dopo dall'abate.
Il restauro del gruppo ligneo è stato promosso dalla Soprintendenza Speciale per il P.S.A.E. e per il Polo museale della città di Napoli e finanziato dal Ministero dell'Interno- Direzione Centrale per l'Amministrazione del Fondo Edifici di Culto. Ad eseguire i lavori, la ditta Centanni Restauri sotto la direzione scientifica di Anna Pisani. In occasione delle celebrazioni per il centenario dell'istituzione della parrocchia di Santa Maria di Piedigrotta, che si terranno a settembre, la statua verrà ricollocata sull’altare maggiore alla presenza del Cardinale Crescenzio Sepe.
di Riccardo Rosi
Un centenario all'insegna dell'amarcord quello che si celebra domani, 19 maggio, “Al blu di Prussia” in via Filangieri dove verrà inaugurata alle 17.30 la mostra curata da Mario Pellegrino e Mauro Iorio per celebrare i cento anni di Palazzo Mannajuolo. Mentre nel corso della mattinata alle 11.30 si svolgerà un incontro a cui parteciperanno tutti gli autori che hanno contribuito al volume "Palazzo Mannajuolo, Cento anni di architettura, arte e cultura" edito dalla Paparo con il coordinamento di chi scrive. Cent’anni di un palazzo, dunque, e in una città come Napoli dalla storia millenaria dove molti dei suoi edifici contano agevomente su quattro o cinque secoli di storia. Ma trattandosi di Palazzo Mannajuolo, non sono cent’anni di solitudine, per così dire, ma un «secolo breve» vissuto intensamente lungo la riva urbana di Via Filangieri grazie ai positivi riverberi che ha esercitato sul contesto urbano circostante e alla attività di questa illustre famiglia di professionisti, imprenditori, mecenati e cultori dell’arte che hanno svolto un ruolo di primo piano nella vita culturale napoletana dell’ultimo secolo. Palazzo Mannajuolo è l’acuto che l’architetto piacentino Giulio Ulisse Arata raggiunge in un ambito in cui la sua impronta d’architetto è dominante grazie ad alcuni splendidi edifici disseminati tra la stessa via Filangieri, Piazza Amedeo e Parco Margherita. Corpus di opere tanto più affascinante quanto in qualche modo «rinnegato» dallo stesso autore che parve associarsi all’accorato appello gaddiano «…per favore, mi lasci nell’ombra…» stendendo su di esse un velo d’oblio.
Nella mostra e nella pubblicazione il Palazzo reciterà da prim’attore attraverso analisi e saggi d’impronta accademica ma anche nelle fantasiose rievocazioni della belle epoque e dei fermenti culturali che contribuirono alla rinascita napoletana del secondo dopoguerra. L’occasione, tuttavia, è anche quella di valorizzare la produzione progettuale di Giuseppe, Ugo e Riccardo Mannajuolo in parte nota, in parte - fino ad oggi - rimasta nella penombra di un archivio. Un’attività professionale ed imprenditoriale che ci riporta, attraverso il raffinato gusto d’antan delle prospettive, ad una stagione pionieristica dove a prevalere era l’immaginazione del futuro, la corsa verso nuove avventure professionali, la prefigurazione di utopie di trasformazione urbana.
Nella Sala Accoglienza del Palazzo Reale di Napoli venerdì 18 maggio, alle 16, sarà presentato "La ceramica del Novecento a Napoli. Architettura e Decorazione" edito dalla casa editrice Fioranna. Il volume - che rientra nella collana 'Percorsi del Novecento ' diretta da Maria Grazia Gargiulo - raccoglie sedici contributi di taglio storico-architettonico ed artistico, teorico e di interesse collezionistico a firma di numerosi e autorevoli relatori sul tema della decorazione maiolicata in esterni a Napoli tra l'Ottocento ed il Novecento ( oltre a Stefano Gizzi, sovrintendente per i BAPSAE di Napoli, Ugo Carughi, Giorgio Napolitano, Gaia Salvatori, Antonella Delli Paoli, Maria Grazia Gargiulo, Luca Somma, Giovanni Arena, Annalisa Porzio, Alessandro Castagnaro, Daniele Lucignano, Stefania Catullo e Silvio Frigerio). Gli interventi sono arricchiti da una preziosa documentazione fotografica e da alcuni spunti biografici sulle figure di artisti come Paolo Soleri, Paolo Ricci e Tullia Matania offerti dagli articoli di Stefano Gei, Daniela Ricci, Antonio Grieco e Armida Parisi. La novità dell'argomento trattato connota il libro come un approccio del tutto originale sul connubio ceramica ed architettura nell'ambito partenopeo, con risvolti nelle attività di tutela e conservazione.
Alla presentazione, intervengono Marinetta Picone Petrusa, docente di storia dell'arte contemporanea presso la “Federico II “e Pasquale Belfiore, professore ordinario di composizione architettonica e urbana presso l'università federiciana e presidente della sezione Campania dell'Istituto nazionale di architettura. Conclusioni a cura del sovrintendente Stefano Gizzi.
di Rosetta Rossi Lando
Una donna, una vita. La forza di combattere che solo le donne hanno, poi, all'orizzonte, ecco qualcosa di più alto, un amore più grande, che va oltre le umane, piccole cose. Questo e molto di più nel romanzo “ Il colore dei ricordi”, edito da Graus nella nuova collana Le Erinni e presentato nei giorni scorsi nell’accogliente sala del Pan da Incontri Napoletani con la collaborazione della stessa casa editrice e la sezione napoletana Fidapa. Ancora una volta il sodalizio sceglie un libro dalle considerazioni e riflessioni d’intensa attualità. A moderare l’incontro, la storica dell’arte Mimma Sardella che ha rilevato come il piacere della lettura si realizzi in queste pagine coinvolgenti e scorrevoli grazie alla capacità dell’autrice - giornalista, saggista, già docente di letteratura inglese - di affrontare situazioni e sentimenti con un linguaggio mai pedante, ma dagli intensi contenuti che s’incastrano come in un puzzle. L’immagine di copertina, un volto a trequarti, nei vari toni del grigio con sparse striature rosa, ben simboleggia la protagonista, Chiara.
Di buona famiglia borghese, educata in una scuola di monache, con aspirazioni non realizzate che ne determineranno ansie ed inquietudini, “ Chiara appare una figura avvincente, ma anche una icona e sintesi delle tante contraddizioni proprie della donna dei nostri tempi” sottolinea la critica letteraria Annella Prisco Saggiomo, a cui si deve la prefazione del libro. Non più giovanissima, ma ancora avvenente, alle soglie dei sessant’anni, per cancellare i segni del tempo, Chiara ricorre alla chirurgia estetica quasi come ad un restyling di una giovinezza disattesa, di sogni non realizzati: il desiderio di frequentare l’Accademia di Belle Arti, per la sua passione di dipingere fiori, l’ambiente maschilista e tarpante dove incontra il grande impossibile amore della sua vita, il suo maestro - il pittore francese Gilbert Marceau - molto più grande di lei, sposato, ma che si pentirà di non aver seguito, il sentirsi poi sempre inappagata anche come moglie e come madre, ne fa una figura complessa e tormentata .
“Esempio da non seguire” depreca in proposito la giornalista Armida Parisi che approfondisce e scruta quasi spietatamente la personalità della protagonista, stigmatizzandone la prima parte della vita, biasimando il suo malcontento, il suo seppellire - come da parabola evangelica - il suo talento, il cercare la catarsi nella chirurgia estetica, per poi però trovare infine una “riconciliazione”in un incipit di dantesca “vita nova” . ‘E la ri-scoperta di una fede che insegna che amare significa non attendere, pretendere, ma dare secondo lo spirito agostiniano. “ ’E l’incontro col Dio dei semplici, di un Dio che perdona”, aggiunge il padre vocazionista Lorenzo Montecalvo, intervenuto all’incontro conclusosi con le brevi e significative parole dell’autrice, la quale ha escluso uno spirito autobiografico nella vicenda giovanile di Chiara, molto diversa dalla sua realtà di moglie, madre, professionista appagata, che dopo undici anni da “Maleficio Mediterraneo” vincitore del premio Domenico Rea 2002, ritorna alla narrativa con questo libro, le cui vicende e riflessioni ammoniscono noi donne a guardarci attorno e dentro. Senza esitazioni.
Un appello a cui nessuno è voluto mancare. Sono quarantacinque gli artisti appartenenti al panorama culturale napoletano e campano che hanno aderito all'iniziativa "Save the Skin" organizzata dall'Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli "Fondazione Pascale" e dal Museo Madre Donnaregina per raccogliere fondi in favore della Fondazione Melanoma ( www.fondazionemelanoma.org).
L'asta d'arte di beneficenza verrà presentata domani, giovedì 10 maggio, alle ore 11.30, presso la Biblioteca del Museo, in Via Settembrini 14, nel corso di una conferenza stampa a cui parteciperanno: Pier Paolo Forte, presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Tonino Pedicini, direttore generale dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli, Nicola Mozzillo, presidente onorario Fondazione Melanoma affiancato dal presidente in carica Paolo Ascierto e la curatrice di arte contemporanea Maria Savarese.
Tantissimi i nomi di coloro che hanno messo a disposizione le proprie opere il cui ricavato sarà destinato all'acquisto di apparecchiature per la prevenzione e diagnosi del melanoma, uno dei tumori più aggressivi della pelle con un aumento di rischio del 75% ( secondo i dati dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) se avviene in età inferiore ai 30 anni.
Da Lello Esposito, Luciano Ferrara, Fabio Donato a Mimmo Iodice, Peppe Avallone, Mimmo Palladino, Cristian Leperino, Antonio Biasucci, Rosy Rox, Monica Biancardi, Sergio Fermariello ed ancora Ernesto Tatafiore, Armando De Stefano, Valeria Corvino, Pierre Yves le Duc, Salvatore Vitagliano, Cesare Accetta, Alfonso Cannavacciulo, Gerardo Di Fiore, Oreste Pipolo, Luciano Romano e tanti altri ancora. Nessuno escluso...quando si tratta di ' salvare la pelle'!
dove: Madre, Museo arti contemporanee Donnaregina, Via Settembrini 14, Napoli - Sala Biblioteca
quando: giovedì 10 maggio 2012, ore 11.30
“La Cultura: il motore per lo sviluppo” è il tema dell’incontro in programma giovedì 10 maggio alle ore 15.30 presso l’Unione Industriali di Napoli, in piazza dei Martiri 58.
L’iniziativa, messa a punto dall’Unione Industriali di Napoli in collaborazione con la Fondazione Mezzogiorno Europa, nasce dalla convinzione che la crescita economica e sociale del territorio passa necessariamente attraverso la valorizzazione della cultura. Il consolidamento e lo sviluppo di un’industria culturale a Napoli e in Campania ha peraltro bisogno della realizzazione di una rete che possa valorizzare l’intera filiera.
L’incontro costituirà anche un’occasione per discutere del disegno di legge sull’editoria libraria, che giace ormai da due anni nei cassetti della sesta commissione regionale.
Al tavolo dei lavori sono stati invitati, tra gli altri, gli Assessori alla Cultura della Regione Campania e del Comune di Napoli, Caterina Miraglia e Antonella Di Nocera, il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli, Francesco Pinto, lo scrittore Maurizio De Giovanni, il Presidente della Sezione Editoria Cultura e Spettacolo dell’Unione Industriali di Napoli, Edgar Colonnese, il Presidente del Comitato Strategico Cultura dell’Unione Industriali di Napoli, Diego Guida. Moderatore del dibattito sarà il Vicepresidente della Fondazione Mezzogiorno Europa, Alfredo Mazzei.
fonte:
Bruno Bisogni
Responsabile Ufficio Stampa
UNIONE INDUSTRIALI NAPOLI
Piazza dei Martiri, 58 (80121) Napoli
Tel. 081.5836.123 366 6263775 - Fax 081413462
e-mail:
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Sito: www.unindustria.na.it
di Carmela Maietta *
Sembrano osservare il mondo con sguardo attonito come se foss altro da sè e senza nessuna intenzione di afferrarlo. Come se tutto fosse già predefinito, come se spettasse ad altri tirare i fili e non si potesse sfuggire al ruolo di marionetta. E se invece fosse l'ottusa cecità degli adulti a rivestire i giovani dello stesso abito scialbo che li massifica e che, quindi, impedisce alle identità e alle personalità di venire alla luce? Bastano un ombelico esibito fuori posto, una coscia lunga, uno spinello fumato per sciocca emulazione, una stupida bravata per appiccicare etichette? Anna è una ragazza che vive ancora oggi a Castellammare di Stabia e ha partecipato ad uno dei bandi di concorso proposti da Incontri Napoletani, dal 1999 al 2005, su tutti i complessi corollari della “Vita di periferia”. La sua speranza? Che si possa realizzare un mondo nuovo basato sulla solidarietà e la cooperazione fra la gente, in cui siano “ vissute come normali le diversità anche etniche e in cui sia globalizzata l’equità ”. Un mondo dove non si resti schiacciati sul presente, da consumarsi e da vivere “qui ed ora ”, in una sorta di straniamento che ti spinge lontano dall’affermazione o dalla ricerca della propria identità. Appunto, la propria identità. Difficile persino da avere, conservare, preservare in una periferia che diserta ogni volta la vita “come un soldato codardo che ha guardato negli occhi il silenzio e li ha rivolti altrove. ” Ha tolto il velo a un pianeta stupefacente e in gran parte sconosciuto il nostro progetto di snidare i giovani con lo strumento del concorso a premi, organizzato in collaborazione con la Direzione Generale dell’Ufficio scolastico regionale e la Provincia di Napoli - destinato non solo alle scuole superiori e ai C.T.P. compreso l’Istituto Penale minorile di Nisida, ma anche agli istituti scolastici che organizzano corsi serali, di recupero e di supporto per giovani extracomunitari.
Per noi non è stato un semplice concorso, piuttosto un piccolo esperimento sociologico finanziato con un budget iniziale di appena 3.500 euro, confidando però in una sensibilità che spesso gli enti pubblici ci hanno mostrato. Ci siamo mossi su tematiche specifiche come le periferie, le infanzie negate ed emarginate, l’ambiente, il lavoro minorile. Una iniziativa che per cinque anni, dal 1999 al 2005, ha aperto la grande stagione dei confronti fra noi soci con i rappresentanti della scuola, delle università, delle istituzioni, i rappresentanti di quartiere permettendoci di scoprire la faccia nascosta dei giovani i quali, parafrasando una frase di Bertolucci, qui “ ballano e scrivono da soli ” talmente il loro linguaggio è penetrante, atletico, nervoso, lontano da qualsiasi forma convenzionale.Si scopre così quanto sia lontano ad esempio il cliché dei rave party a cui ci hanno abituati le convulse immagini televisive che rendono tutti malinconicamente uguali e dove l’annientamento per noia è sempre dietro l’angolo. Come sono lontane le figure del branco che si muovono e agiscono in modo ferino. Come sono lontani gli occhi smarriti nel nulla e i sorrisi fotocopia. Ragazzi che devono fronteggiare fattori disgreganti, devastanti come la povertà, le crisi familiari, l’abbandono, la difficoltà di costruirsi un futuro, la mancanza di appigli per avallare la speranza, con il dubbio che diventa l’unica verità che si possono permettere.
Giovani partoriti da una periferia che presenta il grado zero della vita “che non capita mai da queste parti…una vita stigmatizzata nell’irrimediabile borgo dove i sogni diventano cartapesta adulta ” scrive Maria di Casalnuovo. Ma c’è anche la faccia di quei giovani che caparbiamente non smettono mai di sognare una rivoluzione pacifica che parta da una cultura vera, concreta, disponibile all’ascolto. Che non riconosca solo a parole la dignità di ogni persona, ma che rafforzi e solidifichi la solidarietà in tutti gli ambiti e in tutte le forme. Allora da dove possono cominciare Anna, Francesco, Maria, la loro avventura umana, che comincia da quel corpo separato rappresentato dalla periferia napoletana, nel tentativo di raggiungere una meta accettabile, senza avere la costante sensazione di camminare su un terreno minato? Molti già sanno, come adulti che hanno il loro complesso bagaglio di esperienze alle spalle, che avranno diversi conti da saldare per cui non allentano la guardia, anzi, mettono una serie di paletti che potranno servire successivamente a ridimensionare eventuali danni. “ Devo partire dalle mie delusioni - confessa Francesco - dai miei sforzi di adattarmi a un contesto che non sento mio, perché ho capito che alla mia età tutto è troppo periferico, marginale, piccolo rispetto alle nostre aspettative”. Partire dalle proprie delusioni, per imbastire una trama che sia qualcosa di più di una speranza? Il giovane Francesco mette di fronte alle proprie responsabilità quel mondo degli adulti che sembra annaspare pericolosamente, perdere la bussola, non solo di fronte a riferimenti etici ma di fronte all’essenza stessa di una civica coesistenza sociale. Qualcun altro però si domanda ancora, che razza di mondo sia quello che è felice di vedere un bimbo su cento giocare sereno e vederne poi altri mille nei luoghi più disperati, morire di fame e di dolore. Già, che razza di mondo è?
(*tratto dal libro associativo “ 15 an+ 1 di Incontri Napoletani, arte – cultura – attualità”, Napoli, dicembre 2008, Altrastampa edizioni)
di Patrizia Giordano e Luciana Rollo Bancale*
La costruzione della guglia di San Domenico andò avanti con una lentezza esasperante, triplicando addirittura il tempo impiegato per quella dedicata a San Gennaro. Venne completata infatti solo nel 1737 con l’intervento risolutivo di Domenico Antonio Vaccaro, autore anche del disegno della statua in bronzo e rame alla sommità. Dalla posa della prima pietra, si avvicenderanno a Napoli ben tre periodi storici. Dunque, il viceregno spagnolo, quello austriaco ed il regno dei Borbone. In mezzo, una sospensione di circa cinquant’anni. Gran bel primato per una guglia “(...) di marmo bianco e giallo antico assai bene accordato” scrive il Perrotta. I lavori ebbero inizio a seguito degli accordi presi dagli Eletti della Città con i religiosi del convento, il 4 settembre del 1657. Gli Eletti si offrirono di partecipare alle spese con la somma di 500 ducati, i Domenicani ne stanziarono a loro volta altri 200. Un successivo documento degli Antichi Banchi, risalente al luglio 1658, chiarisce i termini dell’accordo e stabilisce che, a riconoscimento del contributo cittadino, sulla base del monumento fosse posto lo stemma della Città di Napoli.
Gli storici del tempo concordano con il Parrino, che l’incarico fu dato “all’architetto Cosimo Fanzago, che nell’anno seguente diè cominciamento alla grand’opra”. Un documento dell’epoca (ASN, Monasteri Soppressi, 533), rinvenuto solo nel 1893 e riportato sulla rivista Napoli Nobilissima, afferma viceversa che il 10 febbraio 1658, con il patrocinio del Priore P.M.F. Domenico di Capua, si decise di “cominciare detta opera e portarla fuori dalle fondamenta conforme al disegno ed assistenza del Signor Francesco Picchetti Regio Ingegnere”. Chiaramente la notizia ha messo in crisi tutto il successivo orientamento storiografico, contraddicendo la tradizionale attribuzione della guglia al Fanzago, avvalorata dallo stesso Celano. Tale attribuzione del resto era accreditata da una ricca documentazione d’archivio di cui fa parte un fascio di documenti riguardanti la pluriennale lite fra l’artista e i Certosini di San Martino che indicavano in Cosimo Fanzago colui che avrebbe “principiato” la “piramide” intorno al 1658-59. I pessimi rapporti che intercorrevano fra i due querelanti, rende però inattendibile la testimonianza dei Certosini. Piuttosto, non sembra essere un caso che i primi pagamenti destinati all’acquisto dei marmi per i rivestimenti risalgano al gennaio 1665 e che nello stesso anno emerga la prima testimonianza di un pagamento effettuato a favore di Cosimo Fanzago.
Si può forse concludere che la costruzione, iniziata nel 1658 su disegno del ferrarese Picchiatti, dal volgo detto “Picchetto”, sia stata portata avanti sotto la direzione di questi per quanto riguarda la parte tecnica e strutturale - in particolare la parte basamentale di piperno - mentre l’intervento del “Cavalier Cosmo” sarebbe subentrato in relazione al rivestimento marmoreo. Del resto l’organizzazione artigianale della sua bottega, composta da una vasta schiera di marmorai, lavoranti ed apprendisti, gli permetteva di preparare le sculture necessarie molto tempo prima della messa in opera; un espediente che serviva al Bergamasco anche per riscuotere “anticipi” piuttosto notevoli dai diversi committenti con i pezzi sculturali già eseguiti e dei quali seguiva da vicino la realizzazione (G. Cantone). È assai probabile quindi che l’intervento del Picchiatti, regio ingegnere di provata esperienza e “massimamente in materie difficoltose che per lo più si decidevano con suo consiglio” (B. De Dominici), si sia rivelato necessario, perché “nel casamento della fondazione fu incontrato l’antichissimo muro della Città vecchia con gli stipiti e parte dell’arco della Porta Cumana” (C. Celano). Peraltro, il Picchiatti partecipò a tutti i successivi lavori di restauro del convento e della chiesa. Quando “Cosmo” intervenne direttamente nell’esecuzione, dovette perciò presentare un progetto nuovo e tutto suo, che poi si rivelò quello risolutivo, dando all’opera un’impronta personale. Curare ogni dettaglio, ogni elemento che poteva spaziare nell’arte plastica a lui tanto cara, era una incredibile tentazione più che un’imposizione della committenza. Quanto infatti felice sia l’espressione artistica che il Fanzago rivela nelle sue composizioni di piccola statuaria, è ben noto agli studiosi e agli storici del campo.
Se nella guglia di San Gennaro, il Bergamasco aveva “reinterpretato” il modello della “colonna trionfale” utilizzando un ricco repertorio decorativo - festoni, volute, rosoni, puttini e capitelli - nella guglia di San Domenico invece ripropone il modello dell’obelisco-piramide, del resto già presente nell’architettura e nella decorazione plastica della seconda metà del XVI secolo, soprattutto nell’Italia settentrionale, da cui derivava la sua formazione artistica. Nella zona lombardo-veneta il modulo piramidale era utilizzato sia in architettura, come ornamento di facciate, sia nella produzione plastica di piccolo formato, come oggetti liturgici e miniature. Un esempio sono i piccoli obelischi bronzei realizzati dal lombardo Annibale Fontana e conservati nella certosa di Pavia, in cui si ravvedono diverse analogie con la guglia di San Domenico. A Napoli invece il modulo piramidale era adoperato come elemento ornamentale (in legno, cartapesta, stucco) nelle festività civili e religiose, negli apparati funebri sino alle fontane (un esempio, è la sopravvissuta e malandata fontana di piazza Mercato). Dunque “l’inserimento dell’elemento obelisco come parte di un monumento stabile” (G. Salvatori) derivava dalla influenza della ricca tradizione ornamentale manierista avviata nel Cinquecento ed approdata a Napoli con artisti come il Naccherino, Giovanni Antonio Dosio, Pietro Bernini, ai quali si aggiunse il giovane Fanzago che quando si stabilì nella nostra città, contava già su un buon bagaglio di dati tecnici e culturali.
La fase seicentesca: il Cavalier Cosmo, inventor dell’obelisco
La guglia di San Domenico si sviluppa su un’altezza di circa ventisei metri (più o meno i cento palmi di allora), partendo da un basamento di piperno quadrangolare con gli angoli smussati e quattro mezze colonne con lesene poste a sostegno della vera e propria piramide che prosegue verso l’alto a fasce. La prima fascia presenta su due lati delle iscrizioni alternate a due mezzi busti aggettanti di sirene che rappresentano l’antica Partenope.
Nella morbidezza del viso, nello svolazzare leggero dei capelli, nelle loro linee “opulente e morbide” con le braccia poggiate delicatamente su grosse volute terminanti in “code marine”, è facile riconoscere la mano del Fanzago che si è ispirato con molto naturalismo allo stesso modello nella guglia di San Gennaro. Così come le decorazioni che accompagnano le cornici marmoree, presentano quella stessa commistione di marmo bianco di Carrara e bardiglio che si ritrova nell’obelisco gennariano, la medesima eleganza nell’intreccio di volute, festoni e conchiglie, elementi ricorrenti nella sua vasta produzione. Nella fascia successiva, mensole aggettanti e giarre barocche, introducono gli stemmi sormontati da corone principesche che ricordano i patrocinatori della guglia: quello che sta di fronte la chiesa, appartiene all’Ordine dei Padri Predicatori, nel lato opposto - adorno di elmi, cimieri e della collana del Toson d’oro - è l’arme della Casa reale di Spagna; nelle altre due facce si vedono gli stemmi della città di Napoli e del viceré Pietro Antonio d’Aragona. Solo questa prima parte fu portata a termine nel secolo XVII, nonostante nella bottega del Fanzago fossero stati già abbozzati i quattro puttini di marmo (poi completati nel Settecento), così pure i quattro medaglioni dei santi domenicani, tutti collocati poi sulle facce sottostanti l’inizio della “piramide”. Da un documento dell’ASN Monasteri Soppressi (n. 477 del 1665) risulta approntato anche un modello di cera per la statua di San Domenico da porre in cima alla guglia. Quando i lavori vennero interrotti, il monumento doveva suggerire un’impressione di incompiutezza, ben visibile nell’incisione del Parrino, precedente al 1725, che ci fornisce un’ampia veduta della piazza quale era al tempo, con la “piramide” priva di rivestimento nella parte superiore.
Il De Dominici, il Sigismondo e altri autorevoli autori avanzarono l’ipotesi che la costruzione fosse stata interrotta a causa della morte del Fanzago, nel 1678. “Così rimase imperfetta l’Aguglia eretta nella Piazza San Domenico la quale è ornata di Statue, medaglioni con bassi rilievi de’ Santi della Religione Domenicana, con altri capricciosi ornamenti (...)” (B. De Dominici). Poiché però l’ultima indicazione relativa ad un pagamento destinato alla guglia porta la data del giugno 1666, sembra improbabile che la sospensione dei lavori sia avvenuta a distanza di tanto tempo. Il Parrino invece ascrive tale interruzione alla “poca buona architettura” della guglia, lasciando ipotizzare uno stato di malcontento da parte dei committenti. Le carte relative alla citata controversia fra Fanzago e i Certosini di San Martino confermano l’insoddisfazione dei Domenicani, i quali “poi che videro che non vi era rimedio di finire detta opera ve lo cacciarono”.
Le testimonianze dei Certosini, probabilmente, peccano di faziosità. Non è però da escludere, come sostiene Gaetana Cantone, che tanta pubblicità negativa abbia finito con l’incrinare la reputazione dell’artista facendogli perdere prestigio presso la committenza. A sollecitare la revoca dell’incarico, sarebbe stata a suo avviso determinante proprio la presenza del Picchiatti, che, assistendo all’opera di scavo, stilò i disegni delle antiche mura con tale perfezione da conquistarsi l’ammirazione di tutti e offrire “ai Domenicani impazienti un’ipotesi alternativa”.
Dopo la morte del Fanzago, si ebbe una breve ripresa dei lavori, negli anni 1679-80 all’incirca, con un intervento di Lorenzo Vaccaro, prima che fosse suo figlio, Domenico Antonio, a completarla. Non è affatto chiaro il ruolo svolto da Lorenzo, al quale sono state attribuite (ma le tesi sono discordi) le due splendide “sirene” del basamento ed alcuni bassorilievi di santi che dovevano servire a completare almeno la parte iniziale del monumento lasciato “incompiuto” dal Bergamasco, suo maestro.
La fase settecentesca: Domenico A. Vaccaro artista tutto fuoco e vivacità
Per inaffidabile che fosse il cavalier Fanzago, pare che per quasi mezzo secolo i Padri Domenicani non riuscissero a trovare un artista tale da sostenerne il confronto. Fino a che nella storia del monumento il destino intrecciò i nomi di due portentose figure, re Carlo III di Borbone e Domenico Antonio Vaccaro, uno dei più prestigiosi artisti del tempo. “Udita la fama di Domenico Antonio e vedutene le opere, (i Padri) determinarono che da lui si desse compimento al detto obelisco su cui sorger dovea la statua del loro gran Patriarca” (C.N. Sasso). Né la collaborazione di Domenico Antonio era nuova per i nostri frati, dato che già nel 1730 l’artista aveva lavorato per la realizzazione del pavimento della chiesa di San Domenico Maggiore. Sembrò comunque rivelarsi decisivo l’intervento del sovrano che, nell’ambito dei diversi cantieri promossi per il rinnovamento artistico della città, volle far riprendere anche quello della guglia, riconfermando così l’antica alleanza della famiglia reale con l’Ordine dei Padri Predicatori.
Il De Dominici conferma che dal Vaccaro fu “seguita la stessa idea di quel celebre architetto”: l’idea dell’obelisco, cioè, come progettato dal Fanzago, che egli doveva rivestire con decorazioni marmoree e completare con la statua del Santo, “fatta di rame, con suo disegno, modello ed assistenza, di misura di palmi 13 (...)”.
I lavori dovettero iniziare nel giugno del 1736, stando a un documento del 21 luglio di quell’anno, in cui sono dettagliatamente descritti gli “istrumenti” del contratto e l’operato del marmoraro Giovan Battista Massotti che aveva già lavorato con il Vaccaro ed al quale furono affidate le fasi di pulitura di tutte le parti preesistenti della guglia. La fascia intermedia, cioè quella posta tra gli stemmi e l’inizio della piramide, è quella di più “ibrida” fattura e segna il passaggio fra la fase seicentesca e la successiva. Tre dei puttini presenti in tale fascia - come detto - erano infatti stati già abbozzati dal Bergamasco e furono soltanto “ritoccati a miglior forma”, mentre il quarto richiese un intervento pressoché totale; ritoccate anche le “due sirene” ed inseriti ed accomodate “(...) molte cose che mancavano nell’opera antica (...) ed anco le dita (...) che mancavano alle sirene (...)”. Per le sculture ed i bassorilievi, si utilizzarono marmi appartenenti al monastero o comunque non utilizzati durante la fase seicentesca, altri invece nuovi. Quanto ai quattro medaglioni con i rilievi dei Santi Agnese, Pio V, la beata Margherita e Vincenzo Ferrerio, solo quest’ultimo fu fatto ex novo, su disegno del Vaccaro: esso presenta infatti una fattura diversa, che piuttosto richiama quelli della parte superiore della piramide, contenenti “quattro medaglioni nuovi ovati (...)” e precisamente l’effigie di San Giacinto, San Pietro Martire, San Ludovico e San Raimondo, realizzati tutti nella fase settecentesca. Sollevati da eleganti festoni, infine, svettano verso l’alto altri quattro medaglioni che rappresentano rispettivamente Santa Rosa da Lima, San Tommaso d’Aquino, Sant’Antonio e Santa Caterina. Ad ogni santo rappresentato sulla guglia, in realtà, corrisponde all’interno del tempio domenicano una cappella a lui dedicata. Altro esempio, lungo i lati della navata centrale della chiesa, ci sono medaglioni dedicati a santi domenicani come Pio V, il papa canonizzato nel 1712. Ciò conferma la funzione scenografica e propagandistica che dovevano svolgere questi tipi di monumento. Veri catalizzatori della devozione dei fedeli verso le immagini sacre (o reliquie) custodite nella chiesa. La piramide infine termina tronca con pesanti scorniciature - dove pare perdersi ogni gioco armonico di linee e luce - che sostengono la base sulla quale è posta la statua di bronzo e rame di San Domenico che tiene tra le mani il rosario e il giglio. Ai piedi, il cane ac-cucciato, quel simbolo di fedeltà e tenacia così peculiare dell’Ordine dei Padri Predicatori.
Da un documento dell’ASN Monasteri Soppressi (n. 653, f. 332) risulta che nel contratto stipulato con i Domenicani, nel 1736, Vaccaro avrebbe provveduto a realizzare una statua “di bronzo di palmi 10”, con ai piedi anche “un mondo di rame ed un grappolo di quattro putti di marmo statuario al di sotto della sfera” (ASN, MS, San Domenico Maggiore, n. 653). Il contratto quindi sembra contraddire quanto affermato dal De Dominici - contemporaneo del Vaccaro - che parla di una statua di “rame alta palmi 13” e non di bronzo. Ma soprattutto niente di quanto stipulato o indicato - cioè la sfera e i puttini - si vede realizzato sulla guglia, completata nell’ottobre del 1737, come ricorda una delle due lapidi marmoree poste sul basamento. Poiché il fascio di documenti relativi al compimento del monumento arrivano al 1747 e non fanno riferimento alla messa in opera della statua di San Domenico, s’è sollevata qualche obiezione circa la paternità di Domenico Antonio, morto due anni prima.
La postura del Santo, il ricadere solenne delle pieghe dell’abito corrispondono tuttavia a quelle di un disegno firmato dall’artista, proveniente dalla collezione Piancastelli e attualmente in dotazione del Cooper-Hewitt Museum di New York. Dal disegno originale, che riproduce l’intero obelisco, si presume peraltro un’armonia d’assieme assai superiore a quella realizzata.
Qui la statua di San Domenico è disegnata appunto al di sopra del “mondo di rame”, ma con una postura più raffinata. È probabile quindi che la statua fosse stata eseguita più tardi, sempre su disegno del Vaccaro. Bisogna inoltre pensare, che nella guglia marmorea “(...) lo sperimentalismo creativo e la disinvoltura formale propria di Domenico Antonio - spiega Corrado Menzione, l’architetto che negli anni Ottanta operò un intervento di consolidamento della struttura - finirono per essere costretti dall’incombenza dell’impianto compositivo preesistente troppo severo (…) senza nulla togliere alle rocambolesche vicende legate alla sua costruzione”.
Del resto in un monumento così strettamente legato al culto popolare, forse più che mai veniva a scontrarsi il gusto di due secoli, ideologicamente così diversi, con il loro barocco monumentale e cupo e l’elegante leggiadro rococò di cui il Vaccaro fu uno dei migliori interpreti.
( * tratto dal volume " Piazza S. Domenico Maggiore in scena" a cura di Patrizia Giordano, Napoli giugno 2006, edizioni Altrastampa, versione-italiano-inglese)
Torna ancora più ricca di appuntamenti la Settimana del Cinema delle Culture Mediterranee che si svolge a Napoli da lunedì 7 a venerdì 11 maggio 2012 con ingresso gratuito presso la chiesa di San Francesco delle Monache - in via Santa Chiara 10 - sede del centro culturale Domus Ars e per l'ultimo appuntamento, Palazzo Serra di Cassano, in Via Monte di Dio 14.
La rassegna è ideata e organizzata dall'Associazione "Peripli - Culture e Società Euromediterranee", diretta da Maria Donzelli, in collaborazione con l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il Cnr- Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo e il Centro di Cultura 'Domus Ars'; interessante il programma con tantissimi ospiti fra i quali la nota regista italo - siriana Carolina Popolani e il giornalista del TG24 Zouhir Louassini.
Si inizia domani ( ore 16-19) proprio con la presentazione e proiezione del documentario"Zeinab's Sister' (2011) della Popolani con relativo dibattito; martedì ( ore 17 -19.30) è la volta di “R-Evolution” - rapporto sulle economie del Mediterraneo, edizione 2011 - a cura di Oriana Capezio, durante l'incontro sarà proiettato il documentario ' I figli della rivoluzione' di Marc Innaro, al dibattito che segue partecipa il giornalista Zouhir Louassini.Mercoledì 9 maggio (ore 16-19) proiezione del film “Ed ora dove andiamo” ( 2011 ) di Nadine Labaki, presentazione e dibattito a cura di Rita Felerico. Mentre giovedì ( ore 16-19) si potrà assistere alla visione del film ' C'era una volta in Anatolia' (2011) di Nuri Bilge Ceylan, proiezione e dibattito con Lea Nocera. Si chiude la settimana venerdì ( ore 17-19.30) a Palazzo Serra di Cassano in Via Monte di Dio dove L.Migliorini e A. AMendola discuteranno assieme ad altri ospiti del “ Rapporto sulle Economie del Mediterraneo".Coordina Paolo Malanima, presentazione e dibattito a cura di Rita Felerico.
( referente organizzazione Rita Felerico 347/2600961)
Immagini dell’anima impresse sulla tela. Rossella Avolio non sfugge alla regola, che poi è di chi ha qualcosa da comunicare, e nell'ambito del Maggio dei Monumenti mette in mostra a Castel dell’Ovo (Sale delle Terrazze, sino al 15 maggio), la sua visione delle cose, del mondo attraverso il colore sulla tela, ma anche sul legno, un’altra tappa del suo percorso d’arte che l’ha fatta conoscere ed apprezzare in giro per l’Italia oltre che a Napoli. Un percorso tenace, fuori dai circuiti, dalle tutele organizzative, ma segnato dalla passione e dalla capacità della giovane artista napoletana, di cui ha dato prova nelle precedenti esposizioni a Palazzo Alabardieri, e prima ancora a Palazzo Crispi, e successivamente al Circolo Artistico Politecnico e in altre sedi.
A Castel dell’Ovo la Avolio firma la mostra che ha per titolo “Il colore incisivo e i suoi riflessi nella moda”, segni pittorici si susseguono sulla tela, su tavole, perfino sui tessuti in un succedersi di armonie e contrasti cromatici che danno la misura di una pennellata sempre più matura. Cromie diverse, dalla familiare, abituale prevalenza del rosso l'artista si affaccia a nuove tinte, altri colori ancora per manifestare il suo stato d’animo, la sua ispirazione, la sua visione d’artista. L’arte per la pittrice, risponde ad un’esigenza creativa e si manifesta in opere che coinvolgono emotivamente lo spettatore. «Non esistono regole o codici standardizzati per comunicare le proprie emozioni - afferma la Avolio - ma solo libertà di espressione che significa essere se stessi e trasmettere i propri sentimenti e la propria interiorità. Non esiste dunque un’unica tecnica ed un’unica modalità di comunicazione, ma tante e variegate legate alle esperienze artistiche acquisite ed arricchite dal proprio vissuto».
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