Archivio

di Patrizia Giordano

La sequenza di immagini illustra alcuni documenti tratti da una filza di projetti del 1872, provenienti dall'Archivio storico della Santa Casa dell'Annunziata di Napoli. In ognuno si può notare la lettera, che cambiava ogni anno, con la quale iniziavano il nome e cognome dato al bambino 'esposto', cioè immesso nella Ruota, il numero progressivo di entrata e la firma del segretario generale dell’Istituto. Sono riportati anche alcuni 'signali' di cui veniva munito il bimbo al momento dell’abbandono, che avrebbero consentito a lui di mantenere la propria identità, e ai genitori di riconoscerlo in caso di una futura, o almeno sperata, richiesta di restituzione da parte del brefotrofio. Il più diffuso, senza dubbio, era la cartula, un fogliettino sul quale erano indicati il suo nome, l’età, se era stato battezzato ed eventuali raccomandazioni perché se ne avesse la miglior cura. Un esempio ci viene offerto dalla lettera con sigillo in cera lacca nella quale la madre chiede ai governatori della Santa Casa dell'Annunziata di non mettere alla bambina il cognome Esposito poiché ha intenzione di riconoscere la figlia in un secondo momento. Il segno di riconoscimento era costituito proprio dal sigillo, e la data riportata nel documento, 12 luglio 1872, testimonia che, nonostante la chiusura della Ruota, sancita nello stesso anno, si continuava a deporvi i bambini, pratica che ebbe termine solo il 22 giugno del 1875.

di Patrizia Giordano e Paola De Ciuceis

Sin dai primi dell'Ottocento l’ospizio dei trovatelli dell'Annunziata di Napoli registrò dati di mortalità dell’80-90% che si mantennero più o meno costanti sino alla metà del secolo. Le immissioni nella Rota, quella macchinetta lignea 'malefica' e perversa, toccarono punte di duemila-duemilacinquecento bambini e la strage di questi piccoli innocenti non era addebitabile solo ad una insufficienza economica dell’Ospizio dell' ex brefotrofio di Forcella, ma era legata soprattutto al metodo seguito per la lattazione e alle politiche di spesa adottate dai Governatori, che hanno sempre disposto somme destinate all’allevamento dei bambini inferiori a quelle previste in bilancio.

A questo proposito bisogna dire che l’Annunziata, a differenza della maggior parte degli altri istituti del Regno delle due Sicilie, pagava le allevatrici sino al periodo dello svezzamento poi non distribuiva più nessun salario o sussidio tranne qualche dote alle esposte che si sposavano prima dei venticinque anni e che presso i tenutari avessero dato prova di costumi onesti. Molte delle balie risiedevano a Napoli e nel circondario e sovente chiedevano loro stesse di allevare gratuitamente un neonato in quanto a loro volta, o gli stessi mariti, erano stati figli della Madonna.

Per fronteggiare la situazione, nei primi decenni dell’Ottocento si decise di aumentare le balie interne, ma i risultati furono scarsi perché - come scrive il De Crescenzio, all'epoca governatore della Santa Casa “quando si mantiene in una casa un numero rilevante di bambini (...) non si può essere molto severi ed esigenti nella ricezione delle nutrici interne quindi si è per il grande bisogno costretti ad accettare donne che sono il rifiuto di tutte le famiglie private e che pei loro precedenti, per la loro condotta ed alcune volte per la loro salute non perfetta, dovrebbero esser a rigor di termini rifiutate”. Infatti, in molti ospizi, per la scarsità di nutrici, molto richieste dalle famiglie private, vennero accettate donne che avevano partorito sei, sette e anche otto mesi prima; ciò significa che si era per necessità obbligati a reclutare tutte le balie che si presentavano, qualunque fosse il tempo che era trascorso dal parto. Del resto durante i mesi estivi, quando l’attività agricola si faceva più intensa e si incontravano maggiori difficoltà di reperimento, si arrivò ad assegnare a ognuna di queste anche sei bambini per volta. Difficile dunque per molti uscirne vivi! 

Le cause della eccessiva mortalità, comunque, secondo gli esperti erano varie e complesse e tra queste la più comune era la miseria, insomma la povertà da cui per lo più era afflitta la madre, il lavoro durante la gestazione, i patemi d’animo, l’azione degli abortivi; lo stesso parto, spesso effettuato senza alcuna assistenza, poteva già decretare la morte del bambino che avveniva di solito nei primi giorni di vita. Era evidente che appena entrati negli squallidi cameroni di un brefotrofio molti di essi morissero, soprattutto se venivano adunati in gran numero nei locali destinati al baliatico, senza aria, luce e impregnati da esalazioni mefitiche. Scrive sempre il De Crescenzio all'epoca: ”Nei primi tre mesi di vita si decide della vita o della morte dei nostri bambini; se essi hanno fortuna di essere rilevati dalle balie e respirare l’aria aperta delle strade o meglio della campagna sono salvi e seguiranno la sorte di tutti gli altri bambini, vivranno o morranno; ma se per l’opposto la loro avversa fortuna li perseguita ancora e li condanna a rimanere nell’Ospizio è molto problematico ch’essi possano uscire vivi”.

di Patrizia Giordano

Cavalli di bronzo. Perfetti, intoccabili, quasi superiori a ogni increspatura della vita reale. Arrivarono a Napoli da un altrove troppo gelato e freddo per accettare quel fremito di tensione trattenuta che verosimilmente gli fiotta nelle vene.
Il collo allungato, i larghi pettorali, la folta criniera, le orecchie fisse e acuminate quasi a presagire un pericolo imminente: il suono di una tromba o un grido di guerra. Forzando a muso duro sui posteriori a molla nella smania irragionevole di sottrarsi al morso delle redini.
Animali di razza, predati, sempre più travolti dalla “rottura delle proprie dighe interiori”, scalpitanti a qualsiasi repressione di istinti e desideri, corde e steccati, che li serrano in un gioco selvaggio e di  addomesticazione condotto dalle mani dell’uomo.
S’impennano sulle zampe anteriori, arcuate e ferme come colonne con i lunghi intervalli d’ombre che ne accrescono la corporeità, la rudezza vigorosa e l’energia quasi barbarica ispirata da un sentimento profondamente umano: la libertà, una meta che non potranno mai raggiungere.
Rimangono così, in perfetto equilibrio, sotto il gesto rassicurante dei loro domatori, che ne contengono l’impeto e la collera: due giovani e imberbi Dioscuri, quasi nudi, mutuati dalla mitologia e dalla poesia classica che, nella tensione muscolare dei corpi, nel grafismo dei profili e l’innocenza del volto, rappresentano l’immagine metaforica della vittoria ottenuta a fatica dall’uomo sulle forze della natura, anche le più bestiali. Quelle che muovono i popoli e le guerre.

Un’opera tutta al maschile, protesa verso l’alto, in cui l’artista russo Pjotr Klodt predilige il momento più drammatico del mito e l’azione - più o meno agitata - legata all’attimo, al moto e al sentire dell’uomo con l’animale. Lo scenario, costruito sull’accordo e l’opposizione delle forze interne ed esterne che fondono ogni dettaglio psicologico in un unico insieme, trova, in entrambe le sculture, poste l’una di fronte all’altra, una superba espressione pervasa di attento verismo.

di Antonio Parlato*

Può essere sfuggito a molti, ma Napoli non possiede solo le tre belle guglie barocche, ce n’è anche una quarta, l’ultima eretta in ordine di tempo, affianco alla piccola chiesa cinquecentesca di Santa Maria di Portosalvo e alla vicina fontana della “Maruzza” (lumaca). Siamo all’incrocio tra via Marina, via De Gasperi e via Marchese Campodisola e venendo da piazza della Borsa ce la troviamo dinanzi su un’aiuola sparti -traffico, alla destra della chiesa, mentre di fronte si erge l’edificio dell’Immacolatella, fatto costruire - su progetto di Domenico Antonio Vaccaro - da Carlo di Borbone, come sede della “Deputazione della Salute” e nel quadro di un più vigoroso impulso dato alle strutture portuali napoletane nella prima metà del XVIII secolo. La Chiesa di Santa Maria di Portosalvo non fu del resto costruita lì per caso. Sorgeva in origine nel largo del Mandracchio (antico termine forse di origine spagnola, mandrache, che significa darsena) ed aveva l’abside prospettante su uno specchio d’acqua, il cosiddetto Molo Piccolo, porto di pescatori e di attracco delle navi collegato al mare attraverso due “imboccature” scavalcate da ponti su cui correva la Strada Nuova, l’odierna via Marina. Alla fine degli anni Trenta del secolo scorso il porticciolo venne interrato, poi si diede avvio alla modernizzazione della zona, conclusasi nel dopoguerra, eliminando così il tessuto urbanistico di origine medievale.
La chiesa che conserva l’antico livello stradale, nonostante l'abbandono, appare quasi estraniata dal suo contesto tanto che si ha la sensazione per via dei suoi inserti laici di finestre e “terrazzine”, che spunti dal
tetto di un palazzo come per una mistica levitazione. Venne innalzata per iniziativa congiunta di armatori e marinai nel lontano 1554. La navigazione costituiva una attività molto rischiosa in quel tempo e occorreva potersi raccomandare alla Madonna prima di partire e ringraziarla poi, al ritorno del  viaggio. Lo conferma l’esistenza nella chiesa non solo di ex voto - in gran numero una volta - ma di due graziose raffigurazioni (una navicella posta su due pilastrini) che ornano la bella balaustra dell’altare maggiore - disegnata nel 1647 da Dionisio Lazzari - e che hanno il significativo titolo di “Miracoli della Madonna a favore dei marinai”. Qui sino agli anni Settanta del Novecento, si organizzava una grande festa in cui la statua lignea seicentesca dell’Immacolata, conservata in una delle cappelle, era portata in processione con le barche per mare.

Chi sono i figli illegittimi per la legge? I nati non riconosciuti dal padre e di cui la madre non vuole, o non può, provvedere al mantenimento. Le norme dell'attuale Codice civile privilegiano, in materia, sopratutto la 'privacy' del cittadino, per cui i registri degli ex brefotrofi erano e rimangono inaccessibili a chi è stato abbandonato; il figlio di ignoti era ed è destinato a restare figlio di sconosciuti, salvo che non sia adottato ed anche in tal caso le sue origini sono destinate a rimanere sconosciute. L'abbandonato, anche se adottato, può accedere ai documenti relativi alla sua nascita, custoditi nei registri degli enti, solo in caso di problemi inerenti la sua salute e solo dopo essere stato autorizzato da un magistrato che accerti la gravità del caso ( ad esempio il rischio di malattie genetiche).

Tanti ne ha avuti Napoli che l’arte, la letteratura, il teatro e la musica, non potevano sottrarsi al fascino furbo e miserevole di questo mondo. Il cui emblema, secondo molti, sta racchiuso tutto nel teatro di Raffaele Viviani, attore e personaggio di uno scugnizzo, né folcloristico né pietoso, ma dai tratti duri e scavati di chi conosce veramente la fame. E Viviani la patì per davvero dopo la morte prematura del padre. Il suo teatro è la più viva e cruda rappresentazione scenica, di inizio secolo, dei bassifondi della città, della gente del Pendino, del Mercato, di Porta Nolana, di Forcella. Un ventre pieno in cui il confine tra malavita, povertà e immaginario appare sempre incerto.

di Filomena Maria Sardella*

Comparve dietro il vetro, giusto nella luce del finestrone che sta sulla porta della Cattedrale San Gennaro, il Santo Patrono protettore di Napoli, tra il fumo provocato dall’eruzione del Vesuvio, a “molti uomini dabbene degni di fede” ; in quel giorno del 1631, l’apparizione segnò la fine della paura: Napoli era salva. Il luogo dietro l’abside della Cappella dedicata al Santo fu presto destinato a ricevere un segno tangibile della riconoscenza al Patrono della città a spese della Deputazione di San Gennaro.
Giusto il 1631 Cosimo Fanzago lavorava al chiostro della Certosa di San Martino. Architetto e scultore già affermato, Cavalier Cosimo era giunto a Napoli nel 1612 da Bergamo, ove era nato nel 1591; piuttosto che al padre Pietro, ingegnere e matematico come pure geniale inventore di piccoli strumenti, Cosimo si accostò allo zio Pompeo forgiatore di oggetti liturgici che lavorava con buona tecnica e sapienza di indoratore di legni. Con lui Cosimo inizia anche a lavorare il marmo, poi il bronzo e il rame.

Patrizia Giordano ne parla con Benedetto Gravagnuolo, Nicola Pagliara e Massimo Rosi

Mescolare l’architettura con il design, l’amore per l’arte con la riqualificazione del territorio, la passione per la ricerca con la storiografia, l’urbanistica con la voglia di leggere la città come scena di vita dei suoi abitanti. Che in essa lasciano e cercano segni, riferimenti, memoria, identità. E’ forse questo che fa del libro di Benedetto Gravagnuolo Napoli dal Novecento al futuro ( Electa Napoli, 2009, pagg. 269) un “ibrido” letterario. Difficile da definire, catalogare persino per gli addetti ai lavori. Come del resto il titolo lascia intendere. Un po’ saggio, un po’ manifesto di un secolo né breve né lieve.

di Patrizia Giordano (ha collaborato Bona Mustilli)*

La Ruota dell'Annunziata a Napoli fu abolita nel 1875, ma la sua chiusura non ridusse certo il fenomeno degli abbandoni, piuttosto si costrinse la donna interessata a far dichiarare 'vulgus quaesitus' il figlio non desiderato, a declinare all'ufficiale di stato civile le proprie generalità dimostrando solo di risiedere da almeno un anno nella provincia di Napoli, concreto erogatore dell'assistenza, e di accertare il suo stato fisico con la presentazione di un certificato medico.

di Susanna Grande*

Vita dura, difficile, spesso priva di calore umano quelle delle 'figlie di Maria', anche per le 'probe' e le fanciualle timorate di Dio, destinate in molti casi dopo l'entrata all'Annunziata, alla monacazione forzata.

A meno che non ci fosse la possibilità di un matrimonio, di un 'maritaggio' che il Conservatorio dell'Istituto imponeva per esigenze di avvicendamento delle esposte (cioè le fanciulle abbandonate ndr). Tale possibilità veniva concessa da quel castello di superstizioni su cui si regge questa città, che ai suoi santi e protettori dedica da sempre feste, voti e processioni.

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