E poi c’era il problema della sifilide, che a quei tempi mieteva vittime in tutti gli istituti di accoglienza: “la sifilide ereditaria - spiega una cronaca del tempo - manifestandosi in molti casi tardivamente (anche dopo il terzo mese) negli esposti già dati a balia e non più sorvegliati, sono causa di diffusione di questa infezione alla nutrice e alla sua famiglia e talvolta anche ad altre famiglie. Malgrado tutte le garanzie di moralità richieste per le donne che si offrano per allattare è impossibile impedire la turpe industria di quelle che allattano contemporaneamente più bambini per avere maggior lucro con la mesata loro corrisposta oppure che l’allevamento non sia fatto colle dovute cure per ignoranza o malattia della donna stessa”.
Infatti, sino al 1840, gli esposti affidati a balia esterna rappresentavano solo il 24% dei bambini accolti. A partire da tale data, la politica dell’Ospizio dell'Annunziata a Napoli in tema di baliatico mutò completamente: all’aumento degli esposti mandati fuori corrispose una caduta verticale della morbilità. Una svolta decisiva si ebbe poi con due provvedimenti del 1851 e 1852 relativi alla lattazione interna ed esterna e valevoli in genere in tutti gli istituti: “la balia che si presentava per ritirare un neonato doveva esibire dei documenti rilasciati dal sindaco o dal parroco del comune di provenienza - indicanti non solo le sue generalità ma anche la data di nascita e di morte dell’ultimo figlio o del bambino che allattava -, oppure l’attestato sanitario dell’avvenuto svezzamento del piccolo fino allora nutrito purché non avesse superato i sette mesi d’età”. Le nutrici in genere potevano scegliere liberamente il bambino, che veniva loro consegnato munito di un segno particolare, il cosiddetto merco, o piastrina di riconoscimento. La nutrice aveva l’obbligo di non togliere al piccolo questo contrassegno, ma spesso l’ordine non veniva rispettato e c’erano casi in cui “una balia girava per i vari paesi facendosi consegnare diversi trovatelli - si legge in una cronaca sui brefotrofi nella provincia di Catania - quali allevandone uno solo e facendo morire il resto, con quel solo riceveva più mercedi”. L’Annunziata di Napoli era l’unico istituto che veniva meno a una tradizione diffusa ovunque in Europa, cioè quella di abbandonare i bambini nelle ore notturne per garantire l’anonimato della madre o della persona che lo eseguiva. L’abbandono a Napoli avveniva invece sotto gli occhi di tutti e alla luce del giorno, in una sorta di grande e grossolana festa popolare.
Ancora Nicola De Crescenzio: “tutti gli sfaccendati, le donne di malaffare, i monelli si radunavano, si gridava, si bestemmiava (...) si gittavano motti tutt’altro che morali a colei che stava per immettere il bambino nella buca”. Di solito il bambino esposto arrivava dai quartieri più poveri della città, soprattutto le zone settentrionali, o dall’Ospedale degli Incurabili che dopo l’Annunziata era il luogo preferito per lasciare i neonati indesiderati; ma ciò non voleva dire che i bimbi esposti fossero stati generati tutti da madri napoletane; ”infatti la città con il suo anonimato - scrive Da Molin - era un comodo rifugio per le ragazze madri che giungevano dalla provincia per partorire e abbandonare il proprio figlio”. L’esposto immesso nella Rota dell’Annunziata rientrava, secondo la superstizione popolare, nella casta dei figli di Ave Gratia Plena, e solo attraverso il passaggio per la buca poteva essere degno di accedere ai benefici e ai privilegi offerti dalla Santa Istituzione. Questa generale iniziazione non costituiva però solo un aspetto pittoresco del problema, ma aveva anche gravi conseguenze sul piano sociale. Infatti, sino al 1874, anno in cui fu abolito il torno, molti bimbi vennero fatti registrare all’ufficio di stato civile come figli di Ave Gratia Plena (che a Napoli significa figlio di ignoti) anche se erano stati abbandonati con l’estratto di nascita o una cartula, il fogliettino su cui era trascritto il nome della madre o eventuali altre indicazioni.
“Così succedeva che da un lato i neonati perdevano per sempre il loro stato civile, dall’altro avvenivano duplicazioni negli atti di nascita ed il bambino con nomi diversi risultava contemporaneamente illegittimo (legittimo) e figlio di ignoti”. Fra l’altro la convinzione popolare che i bimbi solo attraverso la ruota potessero “godere della protezione della Madonna” aveva fatto sì che “per quella buca entrassero fanciulli di otto fino a dieci anni”. Un episodio illustrato da Antonio Ranieri nel suo libro su Ginevra, orfana dell’Annunziata, e riconfermato da Nicola De Crescenzio, che è stato non solo governatore della Casa ma anche propugnatore dell’abolizione della rota nel 1875: “Noi spieghiamo il fenomeno... perché alcuni della Duchesca hanno la feroce abilità di introdurre anche fanciulli di quell’età ungendoli di olio o d’altra materia grassa per farveli scivolare meglio. Avviene spesso che qualche braccio o gamba ne resti slogata ed il corpo malconcio”.
Il popolo attribuiva invece il fenomeno a “un miracolo della Madonna che faceva allargare quella buca di tre quarti di palmo quadrato permettendo così il passaggio libero al fanciullo ch’Ella predilige sotto il suo manto”. E quindi non era raro il caso che qualche popolana, dovendo allattare oltre al proprio figlio anche il bambino di una conoscente ed “avendo fatto voto, in una particolare circostanza di allevare un figlio dell’Annunziata, obbligasse la sua amica di farlo passare prima per la rota (...) per poterlo indi richiedere direttamente dall’ospizio e ricevere eventualmente la mesata per l’allattamento”. Del resto, il voto di ritirare un figlio di Ave Gratia Plena era diffuso tra le donne del popolo partenopeo ed è provato dall’alto numero di bambini dati ad allevare gratuitamente fuori dell’Ospizio e su cui gli amministratori hanno sempre svolto poca sorveglianza. Prova ne era una relazione della commissione d’inchiesta sul brefotrofio, promossa dal Ministero degli Interni e pubblicata nel 1897, dalla quale risultò che “sui bambini allevati all’esterno l’amministrazione esercitava poca sicura sorveglianza durante i primi 18 mesi per i quali pagava un assegno di baliatico, non ne esercitava alcuna quando l’allevamento era gratuito o dopo quei 18 mesi di pagamento”. Così, seguendo i dettagli dell’inchiesta, dal 1878 gli amministratori non si erano più curati degli esposti allevati esternamente e, ad esempio, “dei lattanti affidati... nel 1896 al baliatico esterno, la Commissione aveva riscontrato taluni morti e tali altri irreperibili perché non esistenti, e non conosciute nei luoghi indicati le nutrici alle quali, secondo i registri, erano stati confidati”. Un’analisi svolta da Giovanna Da Molin sui Libri Maggiori dei Projetti del 1836 - che offrono una varietà infinita di notizie sul destino di questi bambini - evidenzia come molte balie che prestavano gratuitamente la loro opera scompaiano dai registri con l’esposto loro affidato, senza lasciare traccia.
Certo è che i bambini - come spiega la Da Molin nella sua ricerca - non morirono, perché in tal caso la balia si sarebbe affrettata a consegnare il corpicino morto o a farlo seppellire nel paese di residenza e a dichiarare l’avvenuto decesso anche all’Ospizio. Si ipotizza che dietro tutto questo ci fosse un commercio di bambini, all’epoca comune a molti brefotrofi... ma oggi dopo due secoli e mezzo, chi si indignerebbe più??
*tratto dal volume ' La Rota degli Esposti' a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa edizioni, II° ristampa, maggio 2004 Napoli - foto Archivio Storico Annunziata, Via Annunziata 15 Napoli
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