Alfonso Gatto, poeta e prosatore salernitano del secolo scorso, va invece oltre. In “ Le anime del Purgatorio, di Napoli N.N.”, egli suggerisce un’inchiesta sulle ragioni dei morti e dei vivi e del loro commisurarsi sul tema della sopravvivenza, nel rifiuto di un ricco inferno e nella confidenza di un povero purgatorio da inventare ogni giorno con la forza di una metafisica eroicamente esposta a sconfiggere le simulazioni del melodramma. “Vivere è una cosa seria - lo aveva sussurrato anche Pasquale Lojacono - e sopravvivere alla morte dentro il cerchio della vita, lo è ancora di più.
E’ quanto capita alle anime purganti che hanno sete di vita( divina), che avvicinano la vita e la morte, ripristinando e rinforzando una “ babele” burocratica” a Napoli assai cara, fatta di favori e di grazie, di devozione e richiesta di una pronta presenza sulla terra, anche e soprattutto attraverso il sogno.
Ci sono così tutti gli ingredienti di una metafisica del possibile, fondata sulla “norma”, sul “comportamento significativo”, come pienamente accade nella commedia di De Filippo, grazie ad una ciclica, naturale scarica di grottesco da parte dell’autore.
L’avvicinamento e azzeramento che le anime abbandonate provocano, in una sorta di purgatorio finalmente povero e uguale per tutti, è la consacrazione laica e pagana di una città senza nome, di una Napoli, appunto, N.N., e del suo abitatore più illustre, cioè Nessuno. Un Ulisse metropolitano, calato nelle viscere della terra, nei cimiteri ed ipogei che si celano sotto le chiese, ad invocare il mistero e l’evidenza, il segreto e la scoperta di un universo sotterraneo che riaffiora nella realtà del sogno e nella corposa simbolicità di una “ capa ‘e morte”.
Sentire tutti insieme o da soli, il niente, scoprirsi nessuno per poter attraversare con una pirandelliana patente di umiltà e unità il mondo delle ombre, guidati da un fantomatico Caronte, significa ricongiungersi con l’Averno, porta mitologica degli inferi, antro della Sibilla, al richiamo sulfureo di una città, sirena di se stessa, auto-incantatrice di terreno e di divino. Essere Nessuno comporta essere pronti a tutto nella trasformazione del corpo e della mente, nel compromesso tra calcolo e caso, tra fine della storia e suo nuovo principio.
Il tutto nel nome di un niente assoluto, assurdo, prolifico seme di situazioni legate alla forza della cronaca e disturbate, quasi demotivate, dalla fragilità della storia. Da queste situazioni, alle quali a ragione Francesco De Sanctis attribuiva estetiche funzioni, si riscrive la sceneggiatura delle anime, che provano a vivere oltre la morte presunta del corpo.
Il cerchio non si chiude, ma si riapre, sempre, dentro e oltre le mura, prima e dopo i sepolcri raccontati dai poeti, per imporre una presenza forte, nuova, da resuscitare come il Lazzaro evangelico, o da continuare semplicemente a far vivere come se il tumulo non fosse mai esistito. Lo stesso poeta Gatto, del resto, affermerà ne “ La sposa bambina”: “ Gatto è un nome povero, di qui e di tutti i paesi, un nome che si gode da vivo e rifiuta la sepoltura.”
Il “refrisco”, cioè il refrigerio che le anime invocano, sta forse in quel sorriso che ci scappa e ci fa sentire, più che amici, fratelli, congiunti da un unico sangue, da un unico sogno: sconfiggere una povertà più che materiale, morale, fatta di indifferenza e d’insofferenza. Napoli, città soccorritrice, che nella povertà può possedere tutto, che può persino rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, in un impeto di genio, destinato come un fuoco a mare, a dissolversi nel luccichio di una sera, paga un ricorrente scotto alla gratuità estrema di una fantasia e di una passione che si bastano da sole.
Il Mito è ben più forte d’ogni ragione e nel mito della morte, il Napoletano arde insieme all’anima, destinata a lavare la sua vita d’ogni mancanza, sognando il fresco di una sosta, lo sfizio di uno spasso, per distrarsi dall’attenzione minacciosa di un presente fine a se stesso. L’oltranza è il confine di uno struscio perpetuo su un teschio brunito, di una preghiera ossessiva e perenne. Ciò che più sconforta, però, è l’immobilità alla quale costringono le fiamme, in una temperatura che non concede scampo. Il fuoco è tuttavia il segno tenace del nostro ardere in luoghi e ombelichi frementi di vita. Nulla potrà attenuare la virulenza del rosso e del nero in un universo immaginario, che rinvia alla ciclica prova di un fuoco, da scontare con il sogno dell’eterno.
Difficile è trattenere questa morte, che torna a farsi vita ogni volta, per un magico incontro. Persino la scrittura è talvolta inadatta a profanare la sacralità di un rito, che vìola i secoli, per configurarsi come una scommessa e una sfida, un gioco da provare a vincere con i numeri dettati dal destino.
Qualcuno si accorgerà di loro, di noi, del Nessuno, esuberante protagonista del niente, cui si appella per sconfiggere l’assenza, angelo custode nominato da se stesso oltre ogni gerarchia e inquisitoria veemenza di un potere, che odia e non ama, distrugge e non fa rinascere la speranza.
Noi e le anime del purgatorio vogliamo essere lasciati in pace e in guerra tra noi. In fondo Nessuno basta a se stesso e davvero non ha bisogno di nessuno: solo così potrà realizzarsi il suo anonimo sogno di onnipotenza su un mondo che rischia di dimenticare anche quel purgatorio di parole, fatto di canzoni e di serenate, di un gioco flebile di vento.
Tratto dal libro” Passaggio a Purgatorio ad Arco” ( versione italiano/inglese), a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa edizioni, Napoli, maggio 2001
*docente di Letteratura e Filologia all’Università Federico II° di Napoli, noto critico letterario, cultore del buon vivere civile, è socio onorario di IN e membro del Comitato scientifico
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