In proposito, durante il Cinquecento e buona parte del Seicento, il Conservatorio dell'Annunziata, assieme a quelli più antichi di Sant'Eligio e dello Spirito Santo a Monteoliveto, favoriva le richieste matrimoniali, attraverso le processioni, in cui facevano sfilare le collegiali, vestite di bianco, affinchè gli uomini potessero ammirarle e chiederle in spose.
La Ginevra del romanzo di Antonio Ranieri, ricorda, invece, un'usanza dei giovani del quartiere della Vicaria di 'botarsi alla Vergine Annunziata', se 'risanavano' da qualche infermità o da qualche malattia, 'menando in sposa una sua figliola'. Ed ancora dice Ginevra : ' quell'anno ( il 1826 ndr), io non so per influsso di quali stelle maligne, le pubbliche calamità di ogni genere furono tante e tali, che quasi non vi fu nessuno che non si botasse a qualche santo. E molti si botarono alla Vergine di impalmare una sua figliola; e(..) l'ospizio tutto, e l'alunnato massimamente, era divenuto una sorta di pubblico passeggio, dove venivano tutti questo bodati a sceglersi la mogliera'.
La 'mogliera' poteva essere scelta anche il 25 marzo, in occasione della festa dell'Annunciazione di Maria, alla quale partecipava, con preparativi iniziati tre giorni prima, anche la Casa santa della Nunziata.
Sulla 'scelta d'una sposa' ci informa Francesco Mastriani che nella sua 'Medea di Porta Medina' descrive il costume antichissimo, e rimasto in vigore per molti anni, di radunare le alunne nel cortile della Casa e metterle in doppia fila per presentarle agli scapoli del pubblico che per un voto fatto alla Madonna o solo per capriccio avevano intenzione di chiederne qualcuna in sposa.
Era certamente 'un giorno da parata' per le giovinette, durante il quale ' potevano vedere ed essere vedute ', quindi esistere, sentirsi vive per la prima volta, con le loro vesti 'bigie e le bianche pezzuole della Santa Casa ' e recanti sul capo una coroncina identica a quella portata dalla Vergine.
I giovani pretendenti passavano in rassegna le giovinette, disposte in due file, e dopo aver fatto la scelta matrimoniale, gettavano un fazzoletto bianco alla ragazza prescelta, che doveva raccoglierlo 'al volo' per rendere manifesta l'adesione.
Perchè la ragazza poteva anche rifiutare, nel caso il pretendente fosse stato troppo anziano o deforme, ma sebbene i regolamenti dell'ospizio non prevedessero un matrimonio per costrizione,' la riottosa viene mandata al Serraglio ( l'Albergo dei Poveri) in cui viene rubricata nelle ultime categorie delle recluse; e colà non ci è data fare lieta vita'.
In breve, le fanciulle riottose, all'Annunziata, non facevano mai una bella fine, per cui di fatto erano costrette al maritaggio, in quanto l'eminente ospizio non ' può tenere su le bracie tante migliaia di bocche da alimentare'.
Compiuta la scelta, raccolto il 'fazzoletto volante', la fanciulla usciva dalla fila e veniva condotta da una suora guardiana nel salone dell'Amministrazione insieme allo 'sposatore', dove un impiegato prendeva nota delle generalità del pretendente, del mestiere, dell'età e del nome della ragazza per inoltrare richiesta al soprintendente.
A questo punto le regole della Casa prescrivevano che il parroco assumesse informazioni sulla condizione familiare ed economica dello sposatore, nonchè sulle persone garanti per la sicurezza della dote, 'dell'antefato' o 'controdote', donazione che il marito faceva alla moglie, come sostentamento in caso di vedovanza e per la restituzione all'ospizio della dote stessa, qualora l'esposta fosse morta senza figli. Una volta assegnata la dote, i due fidanzati scambiavano promessa di matrimonio ( sponsali), ma era loro vietato, fino al giorno delle nozze, non solo di coabitare, pena una multa, ma anche di frequentarsi: al fidanzato, infatti, era consentito solo tre giorni prima di frequentare la casa della promessa, dove la fanciulla di solito risiedeve dopo gli sponsali, venendo affidata come orfana a parenti.
Le esposte dell'Annunziata, invece, potevano lasciare l'ospizio solo dopo il matrimonio, che veniva celebrato nella chiesa dell'istituto; dopo la celebrazione, le era tolto il 'merco', la medaglina di riconoscimento che portava al collo. Se al momento della consegna, il 'merco' o il piombo del laccio risultavano manomessi, la fanciulla perdeva il diritto a ricevere la dote, questo per evitare speculazioni sulle doti con merchi falsi da parte di ragazze non esposte o non più vergini.
Difatti, la celebrazione del matrimonio non bastava per il possesso della dote, perchè la prova decisiva, a cui tutto era legato, era quella della verginità.
La Casa dell'Annunziata prescriveva che, per le esposte affidate all'esterno, le quali richiedevano il sussidio della dote, si dovesse accertare l'illibatezza. Per tale operazione prestavano servizio nella 'Ruota' due levatrici, dette volgarmente ' Mammane', e da cui dipendeva l'esito del 'pagamento'.
Nel caso di una ragazza non più vergine perchè stuprata durante la permanenza in affidamento, il regolamento dell'Annunziata stabiliva dal 1781 che l'onoere della dote ricadesse sullo stupratore e non più sulla Casa. Da ciò si deduce quanto fosse difficile per una esposta, che aveva o meno una famiglia, trovare marito senza dote, sopratutto se i genitori o l'ospizio ne disponevano l'unione per liberarsi della spesa del mantenimento.
Nonostante tale 'disinteressato' interessamento, i maritaggi a Napoli erano resi difficili comunque dalla profonda miseria in cui versava il popolo, incapace di fornire una dote alle proprie figlie e quindi costretto a ricorrere spesso e volentieri, alle figlie della Madonna, che godevano invece di cospicui fondi dotali, attinti dalle numerose donazioni fatte alla casa, dal ricavato del lavoro delle fanciulle in servizio esterno o reimpiegando il maritaggio di una fanciulla dotata morta senza figli, fino all'utilizzo del denaro di chi ne aveva violentata una.
Del resto, a quell'epoca, una ragazza stuprata fornita del denaro necessario per maritarsi era più richiesta in matrimonio di una ragazza vergine, ma priva di dote.
E così come nelle favole, arrivò il giorno in cui una di queste fanciulle della 'Nunziata' venne scelta, sempre con il solito sistema, da un bellimbusto che non aveva preso troppo sul serio le cose. Dopo aver fatto anch'egli la sua scelta, improvvisamente sparì. Fu cercato invano, la sua scomparsa rivelava chiaramente la sua rinuncia, ma restava il deprecato fatto del 'gioco' che si era preso della ragazza, da lui stesso designata e poi tacitamente ripudiata. A una tale sconvenienza neppure un fazzoletto 'volante' avrebbe retto a lungo. E la tradizione sparì.
La Beneficiata ed il Catafalco del Pendino
In tema di dote e dello sforzo della pubblica beneficenza a favore dei conservatori femminili ( 51 a Napoli sino al 1861), istituti non solo per fanciulle povere ma anche prostitute in pericolo di perdere l'onore, il Galanti ci fa notare come essi diventino in questo periodo: ' in gran parte più ritiri di vergini disperate che pericolate'.
Addirittura, lungi dal preservare l'onore femminile, alcuni statuti finivano con il corrompere i costumi. Basti pensare a ciò che accadeva al Conservatorio dello Spirito Santo a Monteoliveto, sorto proprio per quelle giovinette che, per ottenere una buona dote e superare le lunghe liste di attesa delle 'promissarie', ' devono dimostrare di avere la madre meretrice e quindi di esser in pericolo', per cui '(..)la madre onesta spende e si raccomanda per far provare nell'informazione di essere una meretrice e di travagliare dolore al disonore della famiglia'.
Lo Stato, in effetti, dal Cinquecento in poi, si rese conto del problema che coinvolgeva migliaia di ragazze del popolo e quindi si fece carico di procurare loro la dote, prelevando somme dal Pubblico Erario o dalle amministrazioni municipali o costituendo fondi speciali, reperiti dai beni privati della Corona. Oppure ancor più ricorrendo a giochi e feste popolari, come la 'Beneficiata', il gioco del lotto che abbinava ai numeri estratti i nomi delle fanciulle da dotare. Dall'altro, per risparmiare, abolì alcune feste popolari, devolvendo ai maritaggi le somme stanziate per il loro allestimento.
Come il famoso ' Catafalco del Pendino' che si teneva in Piazza della Selleria e in Via Pendino, nel cuore di Napoli ( una volta le due zone indicavano lo stesso unico spazio aperto), organizzato, sin dai tempi aragonesi, dalla Corporazione dei Chiavettieri ( i fabbricanti di chiavi e toppe che vi avevano bottega) nel giorno del Corpus Domini. Oltre alla festa del Pendino, vennero soppressi anche i 'carri di cuccagna', quelle montagnelle con scalette, balaustre ed archi con su tutto il ben di Dio da mangiare e da bere, istituiti per il popolo nel 1734 da Carlo III di Borbone al suo ingresso a Napoli.
In seguito, con la legge sulle opere pie varata nel 1862 da Francesco crispi che dava facoltà di convertire le dotazioni e di riorganizzare gli istituti adeguandoli a forme più consone allo 'svolgimento sociale' in atto, anche le istituzioni femminili subirono un mutamento di indirizzo.
Ad esempio, con la soppressione dei contributi per le doti finalizzate al maritaggio, in molti luoghi pii si andava a spezzare quell'esile filo di speranza per centinaia di ragazze di uscire dagli ospizi ed entrare nella vita civile, attraverso il matrimonio ed avere la possibilità di riscattare il proprio destino di 'giovinette recluse'. Il provvedimento venne adottato in realtà per garantirsi il vantaggio materiale di un personale da adibire al mantenimento dei ricoveri senza dovervi con mano pubblica badare, perchè, come si lamentava allora all'interno dei consigli di istituto 'esposte e proiette consumano senza produrre ed ogni esposto che muore rappresenta una minore spesa per il bilancio dello Stato, delle province e dei comuni da cui dipendono'.
* docente Istituto SuorOrsola Benincasa di Napoli
tratto da ' La Rota degli Esposti', a cura di Patrizia Giordano,
le foto/cartoline sono tratte dalla collezioni cartoline d'epoca
Giordano-Alario, 1917-1937, Napoli
Altrastampa, Napoli, II ristampa, 2004
I maritaggi della Cuccagna e la Medea di Porta Medina
di Susanna Grande*
Vita dura, difficile, spesso priva di calore umano quelle delle 'figlie di Maria', anche per le 'probe' e le fanciualle timorate di Dio, destinate in molti casi dopo l'entrata all'Annunziata, alla monacazione forzata.
A meno che non ci fosse la possibilità di un matrimonio, di un 'maritaggio' che il Conservatorio dell'Istituto imponeva per esigenze di avvicendamento delle esposte (cioè le fanciulle abbandonate ndr). Tale possibilità veniva concessa da quel castello di superstizioni su cui si regge questa città, che ai suoi santi e protettori dedica da sempre feste, voti e processioni.
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