Le Cartule dei Projetti dell'Annunziata di Napoli*

di Patrizia Giordano

La sequenza di immagini illustra alcuni documenti tratti da una filza di projetti del 1872, provenienti dall'Archivio storico della Santa Casa dell'Annunziata di Napoli. In ognuno si può notare la lettera, che cambiava ogni anno, con la quale iniziavano il nome e cognome dato al bambino 'esposto', cioè immesso nella Ruota, il numero progressivo di entrata e la firma del segretario generale dell’Istituto. Sono riportati anche alcuni 'signali' di cui veniva munito il bimbo al momento dell’abbandono, che avrebbero consentito a lui di mantenere la propria identità, e ai genitori di riconoscerlo in caso di una futura, o almeno sperata, richiesta di restituzione da parte del brefotrofio. Il più diffuso, senza dubbio, era la cartula, un fogliettino sul quale erano indicati il suo nome, l’età, se era stato battezzato ed eventuali raccomandazioni perché se ne avesse la miglior cura. Un esempio ci viene offerto dalla lettera con sigillo in cera lacca nella quale la madre chiede ai governatori della Santa Casa dell'Annunziata di non mettere alla bambina il cognome Esposito poiché ha intenzione di riconoscere la figlia in un secondo momento. Il segno di riconoscimento era costituito proprio dal sigillo, e la data riportata nel documento, 12 luglio 1872, testimonia che, nonostante la chiusura della Ruota, sancita nello stesso anno, si continuava a deporvi i bambini, pratica che ebbe termine solo il 22 giugno del 1875.

Altri segnali però completavano il misero corredo dei trovatelli: crocifissi, medagliette, figurine sacre, tra cui prevaleva il simbolo dell’Agnus Dei, sacchettini con dentro oggetti, scritte, stampe, pezzi di vesti o frammenti di corallo. Sovente si ritrovava la metà di una medaglia, di una carta da gioco, di una moneta o di un santino perché l’altra era trattenuta dai genitori come prova di identificazione al momento dell’eventuale riconsegna. Molti di questi oggetti rappresentavano solo un ricordo o una protezione che la madre intendeva lasciare al figlio.

In foto si riconoscono una reliquia e due sacchettini contenenti forse ex voto; uno confezionato con una stoffa povera, anche rammendata e quindi proveniente da una famiglia modesta, l’altro in un tessuto più prezioso, che esprimeva la migliore condizione dei genitori del piccolo. All’atto di entrata nell’Istituto si appendeva al collo dell’esposto - per garantire la sua identità personale - una medaglina (o merco), riportante, su un lato, numero di matricola e lettera, e, sul rovescio, l’immagine della Madonna. La stampigliatura avveniva con l’uso del torchio; le medagliette più antiche erano in piombo, poi si passò, alla metà del secolo scorso, a quelle in rame, destinate agli esposti legittimi, e in stagno, per gli illegittimi.

All’inizio l’immagine impressa era tratta dal dipinto dell’Annunciazione di Francesco De Mura situato dietro l’altare maggiore della chiesa, in seguito venne sostituita dal volto della Madonna dell’Annunziata di Giacinto Diano, la cui tela, molto venerata nel quartiere di Forcella, è posta nella cappella omonima, nella navata sinistra. Il merco doveva essere portato al collo sino all’abdicazione definitiva dell’Istituto e veniva restituito in caso di morte, di riconsegna ai genitori o di adozione. C’è da ricordare che il brefotrofio di Napoli era l’unico che non imponeva il marchio a fuoco sulla pelle, generalmente sotto il tallone o dietro la spalla, degli esposti adottato invece ovunque, da nord a sud, al fine di evitare abusi e illeciti con lo smarrimento delle medagline.


* tratto dal libro 'La Rota degli Esposti', a cura di Patrizia Giordano, II°ristampa Napoli 2004, Altrastampa edizioni

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