Le donne del peccato

di Patrizia Giordano *

La Ruota dell'Annunziata a Napoli fu abolita nel 1875, ma la sua chiusura non ridusse certo il fenomeno degli abbandoni, piuttosto si costrinse la donna interessata a far dichiarare 'vulgus quaesitus' il figlio non desiderato, a declinare all'ufficiale di stato civile le proprie generalità dimostrando solo di risiedere da almeno un anno nella provincia di Napoli, concreto erogatore dell'assistenza, e di accertare il suo stato fisico con la presentazione di un certificato medico.

Chiaramente da principio fu il caos, sebbene accanto all'orfanatrofio, venisse istituita nel 1888 una Casa di Maternità per ragazze madri e per vedove rimaste incinte da assistere al parto e per i 15 giorni del puerperio. Ma solamente nei primi decenni del Novecento i legislatori si decisero ad affrontare il problema dell'infanzia abbandonata.
Per prima cosa occorreva mettere gli istituti assistenziali in condizioni di avviare ricerche sulla madre dell'esposto e nello stesso tempo sollecitare nella donna quell'istinto materno volto al riconoscimento del figlio.
La necessità di dare una identità ai figli di nessuno derivava dal fatto che molto spesso essi vivevano in maniera negativa la loro condizione di 'scarrafoni o vermi ' - come li chiamava Francesco Mastriani - alimentando di conseguenza il crimine e l'illegalità quale esito obbligato di una vita consumata senza 'radici'.
Così nel primo Novecento furono avviate indagini sociali che evidenziarono che non sempre i figli illegittimi erano procreati da fanciulle che volevano tutelare il proprio onore attraverso l'abbandono del piccolo, ma per lo più da donne  che ritenevano il figlio solo un peso economico per la loro vita già stentata, o perchè concubine o prostitute.

Il professore Grassi - direttore all'epoca del brefotrofio di Milano - osservò, in una sua relazione sull'andamento dell'istituto meneghino, come solo in 'pochissimi casi veramente il timore dello scandalo e della divulgazione del fallo esercitava sulle donne una coercizione morale superiore al sentimento di maternità'. Dichiarando, nella stessa relazione, della numerosa schiera delle 'traviate per lezione, delle operaie e serventi deliberatamente predisposte alle conseguenze passeggere della loro maternità irrisoria'. Una disamina che sottolineava quindi la necessità di accertare il vero 'stato civile' della donna e che coincideva con quanto rilevato a Napoli da Gabriele Amendola, vice segretario dell'Annunziata, il quale da una serie di documenti relativi alla Casa di Maternità dell'Istituto - sorta nel 1888 come abbiamo detto - riscontrò che nel triennio 1901-1903 gran parte dei riconoscimenti fu fatto da ragazze minorenni o di età inferiore ai 26 anni, primipare, nelle quali era più vivo il sentimento materno, completamente assente nelle altre, multipare, coniugate o concubine e in numero maggiore rispetto alle altre.
Quello che colpiva in queste donne era la totale mancanza di vergogna e di pudore nel dichiarare pubblicamente il proprio stato di gravide illegittime ( il numero totale degli esposti illegittimi ricoverati all'Annunziata nel 1901 fu di circa 1.559 per salire a 1.600 nel 1903) e la immorale codardia nel rifiutare l'offerta del sussidio di allattamento, raddoppiando così le probabilità di morte del proprio figlio.

Già nel 1898 il ministro Pelloux, con un disegno di legge, proponeva che i brefotrofi, al momento dell'accettazione dei bimbi illegittimi, dovessero condurre delle indagini per identificare le persone che ne chiedevano l'accoglienza, allo scopo di stabilirne la provenienza e possibilmente individuarne la madre e il suo stato di indigenza, di nubilato e di domicilio nella provincia di appartenenza.
Secondo tale proposta, il verbale di dichiarazione doveva essere custodito dall'istituto, insieme agli oggetti ritrovati sull'infante e che il tutto gli sarebbe stato consegnato solo al compimento della maggiore età, o al genitore che nel frattempo avesse deciso di riconoscerlo.
Solamente nel 1905 con un Regio decreto si stabilì che le istituzioni caritative dovessero tenere un registro ufficiale in cui annotare tutti i dati relativi ai minori assistiti, insieme al certificato di nascita compilato dall'ufficiale di stato civile, anche nel caso di figli illegittimi.
D'altro canto, in materia di illegittimità, il codice civile, art. 376, stabiliva che la dichiarazione di nascita poteva contenere nome, cognome, professione e domicilio della madre purchè constasse per atto autentico che questa acconsentisse alla dichiarazione. Se la madre si opponeva, nessuno poteva obbligarla a denunciarne il proprio nome sull'atto di nascita del bambino.

Così accadeva che nelle varie case di maternità annesse ai brefotrofi come all'Annunziata, le donne potevano partorire ed abbandonare i propri figli senza riconoscerli ed il segreto assoluto che circondava le cosiddette paganti faceva sì che anche dei legittimi potessero essere dichiarati figli di ignoti.
Anche per quanto riguarda le avanzate indagini sulla maternità, il Consiglio di Stato si mantenne sempre contrario. Ma all'epoca molti furono i sostenitori della dichiarazione dell'obbligatorietà della maternità negli atti di nascita, in quanto vedevano in tali provvedimenti il principale mezzo per combattere la piaga dell'abbandono.

Nel marzo del 1900 infatti, quasi tutte le provincie dell'alta Italia convennero a un accordo circa le modalità ed i requisiti di accettazione dei bambini nei loro brefotrofi, ponendo la ricerca sulla maternità a base dell'accordo stesso. Si disse allora che nel nord della penisola l'attuazione fosse stata possibile per i benefici influssi della legislazione austriaca che vi aveva imperato per lungo tempo e che ammetteva nel suo paese tali ricerche senza alcuna restrizione. Ma al di là delle considerazioni storiche, l'accordo produsse nelle province Lombardo-Venete un miglioramente generale dei servizi prestati agli esposti ed una maggiore consapevolezza delle madri prima di procedere al loro abbandono.

Con il R.D.L. n.788 del maggio del 1927 si istitutì l'Opera Nazionale Maternità Infanzia (ONMI) - in cui confluirono tutti gli istituti di assistenza caritativa ( chiamata IPAB e IPAI) - la quale interferì con il funzionamento dei brefotrofi, poichè deputata a dare istituzionalmente direttive sulla tutela del bambino, a esercitare il controllo sul servizio di assistenza erogato dagli enti e sulla loro gestione e a partecipare alle spese per il sostentamento di particolari categorie di assistiti. Tutti gli istituti furono quindi obbligati a svolgere indagini accurate al fine di accertare sia la provenienza che i motivi dell'abbandono dell'infante, cercando di indurre la madre a riconoscerlo. In mancanza di questa volontà, essi erano tenuti a non rivelare i risultati delle indagini svolte. La stessa legge, all'epoca, prevedeva che solo al compimento della maggiore età dell'assistito, qualora questi ne avesse fatto richiesta, o al genitore che in qualsiasi momento avesse voluto riconoscerlo, potesse essere rilasciata una dichiarazione contenente i dati raccolti durante l'indagine di ammissione. Questa norma non trova riscontro nell'attuale codice civile che privilegia sopratutto la ' privacy' del cittadino. La richiesta del certificato di nascita del bimbo e della residenza della madre serviva principalmente a tentare di rendere il lavoro degli istituti meno gravoso e meno dispendioso, in quanto li autorizzava ad accettare solo bambini e madri provenienti dalla provincia in cui l'istituto operava.

Non era raro infatti che molte autorità comunali, specie nel Mezzogiorno d'Italia, trovassero più comodo sussidiare donne prossime a partorire e poi inviarle nei comuni e nei capoluoghi delle procince limitrofe in modo fa far ricadere su queste l'obbligo del mantenimento della prole illegittima, una volta avvenuto il parto.
Un esempio arrivava da Napoli, dove le tre case di maternità, cioè l'Ospedale Clinico, quello degli Incurabili e della Pace accoglievano partorienti di qualsiasi provenienza i cui figli poi erano inviati al brefotrofio dell'Annunziata; dai documenti della Casa di maternità, istituita come detto nel 1888, risultava infatti che solo un terzo di essi appartenessero alla provincia partenopea.

Una catena di frodi ed abusi a cui non erano estranei sanitari e levatrici compiacenti che facilmente falsificavano gli atti di nascita dei bambini, di modo da ottenere il loro mantenimento in comuni diversi da quelli in cui erano nati.
Fu normale allora che l'Annunziata per essere 'ab antico' il centro nel quale convenivano tutti i cittadini del Regno, fosse gravato di maggiori oneri cui non era tenuto, con evidente danno del servizio prestato nella cura e tutela dei bambini. Inoltre per arginare il fenomeno dell'abbandono, alle donne che vi erano costrette perchè indigenti o disonorate, si offriva assistenza economica, psicologica e medica. Così si tentava di far sparire dal linguaggio e dai costumi l'artificiale e inumana distinzione tra madri ' legittime' e madri 'illegittime'.

* tratto dal libro ' La Rota degli Esposti', a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa, Napoli II ristampa 2004

foto d'epoca: archivio storico dell'Annunziata di Napoli

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