Un po’ un appassionato puzzle di ricerche sparse in tempi e luoghi diversi che l’autore - sessant’anni, ordinario di storia dell’architettura alla Federico II, preside di Facoltà per due mandati - ha dedicato da lungo tempo alle vicende architettoniche ed urbanistiche di Napoli, nel secolo appena trascorso. Qui riscritte, ampliate, aggiornate, supportate da un ricco corredo iconografico, selezionato con criteri informativi e da numerosi rimandi bibliografici. Completate infine da una inedita critica del “presente”. Ma anche racconto autobiografico di chi, come Gravagnuolo, è stato “osservatore partecipe” nella valutazione dei piani, dei progetti e delle architetture sin dagli anni Settanta. Quasi tutti gli architetti citati nel capitolo dedicato alle diverse “maniere” di intendere il moderno, li ha conosciuti di persona, intessendo con loro legami di profonda amicizia. Da Michele Capobianco, Alberto Izzo, Massimo Pica Ciamarra, a Gaetano Borrelli Rojo, Massimo Rosi, Michele Cennamo sino alla fluida poetica di Nicola Pagliara e Aldo Loris Rossi, solo per citarne alcuni. Ecco che i commenti e i giudizi sulle opere da loro realizzate non sono mai severi. Piuttosto appaiono un mezzo per indagare nei sotterranei dell’architettura moderna, risalire magari ai pionieri, a quei luoghi in cui il “moderno” ( dal tardo latino “modus odiernus”) aveva iniziato a comparire ed agire. Significativa la copertina del volume che ritrae ( non a caso) l’allegorico cavallo di tufo di Mimmo Paladino, poggiato come un enigma ancora irrisolto sulle terrazze del Museo Madre, progettato dall’architetto spagnolo Alvaro Siza. Sullo sfondo, i palazzi sbrecciati e colorati del cuore antico e popolare di Neapolis. Un inedito amalgama di passato e presente, di arretratezza e progresso, in cui è l’architettura di qualità, secondo Gravagnuolo, a giocare un ruolo di primo piano nel rinnovamento urbano. E’ quanto accaduto nell’arco degli ultimi decenni in altre metropoli: da Berlino, a Barcellona, Bilbao, al quartiere degradato di Harlem a New York, riqualificato puntando soprattutto sull’inserimento delle nuove sedi della Columbia University. << L’architetto non progetta per sé ma per gli altri nel pieno rispetto del contesto socio economico e culturale in cui è chiamato ad operare - spiega - ma qualunque progetto anche il più ragionevole, il più giusto e raffinato rischia di ridursi ad un esercizio di sterile onanismo se non è guidato dalla saggia regia di un buon governo >>. Un chiaro riferimento all’impasse in cui è sprofondata Napoli, eletta negli anni Novanta a simbolo di un inverosimile rinascimento.<< Riqualificare, ri-progettare, comunque intervenire in ambiti consolidati della città, è sempre un’operazione delicata, complessa, tuttavia, oggi si impone come questione etica prima ancora che come problema tecnico. Si tratta insomma di cambiare mentalità e gestione del territorio >>. Certo, il protagonista del libro non aiuta a rendere agevole l’analisi degli eventi: il Novecento non è stato un secolo bellissimo, disseminato più di orrori che delizie, ideologie e fanatismi e dove il problema edilizio a Napoli si pone subito in termini di crescita e di sviluppo. Il che mette in chiaro lo scopo ed il passo interno di quest’opera: seguire e documentare cento anni di trasformazioni radicali dello spazio urbano, di involuzioni, disattese, ritardi, di contraddizioni strutturali ancora in larga misura aperte. Di sprechi ed inefficienze spesso legati ad una gestione troppo localistica. Ne emerge un quadro complesso, a volte fragile, fatto di enormi potenzialità sprecate, sia di uomini che di risorse : dal varo del piano di Risanamento dopo il colera del 1884 ( che assunse presto il carattere di “pretesto” per la bonifica dei quartieri bassi) alle conseguenze di due guerre, all’intermezzo dell’Art nouveau e quella monumentale di epoca fascista. Fino alle alterne vicende dei progetti di riqualificazione urbana su scala metropolitana, dal ’39 ad oggi con la variante al Prg del 2004. << La cifra che più pesantemente ha ipotecato i piani urbanistici che dalla fine dell’800 in poi hanno caratterizzato lo sviluppo della città è stata semplicemente l’incompiutezza >> dichiara Massimo Rosi, intervenuto assieme a Nicola Pagliara alla presentazione del volume al PAN, il Palazzo delle arti di Napoli, a cura dell’associazione Incontri Napoletani. << Perché non siamo mai stati capaci di entrare nella modernità del Novecento, di afferrarne la grande civiltà, un ritardo che qui ha generato disarmonie, talvolta ibridi mostruosi >>. Un esempio è il piano varato dal sindaco Nicola Amore con la bonifica dei quartieri Bassi ( Pendino, Vicaria, Porto, Mercato), la realizzazione della rete fognaria e l’apertura di nuove ampie strade - il Corso Umberto, Via Depretis - in accordo con quanto veniva concepito negli stessi anni a Parigi da Haussmann. << Un progetto ambizioso - prosegue Rosi - che prevedeva anche la costituzione di quartieri residenziali salubri sulla collina del Vomero ma che restò ampiamente disatteso e completato solo dopo la guerra. Eppure al di qua e al di là delle strade è rimasta la stessa situazione soffocante di allora >>. Fratello del noto regista de “ Le mani sulla città”, Massimo Rosi rammenta la figura del grande meridionalista Francesco Saverio Nitti che promosse leggi per la formazione di un grande centro siderurgico a Bagnoli ( l’Ilva) e di sviluppo nel campo dei trasporti con la costruzione di una metropolitana. Ma soprattutto il “sacco” edilizio degli anni ’50-‘60 quando Napoli si allargò a dismisura senza soluzioni di continuità, arrivando a quintuplicare la sua superficie e partorendo mostri di cemento come le Vele di Scampia. << Stritolata dal mare alla collina da progetti speculativi e uno sviluppo edilizio scadente, con palazzi alti anche 9-10 piani addossati gli uni su gli altri, senza uno straccio di verde, di parcheggio e luoghi che favorissero l’aggregazione sociale. >>. Oggi la nostra provincia, che tra l’altro è la più piccola d’Italia ( appena 1.171 kmq.), è anche la più intensamente abitata e la più sovra-urbanizzata.Eppure agli albori del secolo scorso, la città poteva aprirsi ad un grande futuro; già contava su un buon sistema di trasporto su ferro, ulteriormente incrementato. Basterebbe pensare alle due funicolari per il Vomero - da Chiaia(1889) e da Montensanto (1891)- alle linee della Cumana (1889) e della Circumvesuviana ( 1901) o all’ampia linea ferroviaria realizzata a partire dal 1891 dalla Società Anonima dei Tramways Napoletani ( S.A.T.P.). << Sarà proprio la rivoluzione trasportistica su ferro e su gomma che sta realizzando l’assessore regionale Cascetta ad essere l’asse portante per la grande Napoli, almeno si spera >> fa notare Rosi. L’altra ed ancora più grave perdita per lo sviluppo è stata la mancata attuazione del “Piano regolatore del quartiere industriale” nella zona orientale, redatto e approvato nel 1887. << Un’ipotesi di estremo rigore logico - lamenta invece Benedetto Gravagnuolo - che avrebbe potuto gettare già allora le basi di un ordinato disegno urbano dell’area orientale, condizione preliminare e decisiva per lo sviluppo industriale della città >>. A inizio secolo un’apertura europeista si avrà con la diffusione del Liberty, quel gusto floreale, sinuoso. eccentrico che fu lo specchio estetico più rappresentativo della Belle Epoque, la lunga stagione della storia di Europa durata quarantaquattro anni, sino alla grande Guerra che ne spazzò sogni ed illusioni. Una stagione preannunciata a Napoli da Errico Alvino e dalla originale figura di Lamont Young (ingegnere di origine scozzese, ma napoletano di nascita), il quale oltre a progettare il castello Aselmeyer al Parco Grifeo e l’Istituto francese di via Crispi, fu protagonista già negli anni Settanta dell’Ottocento di progetti avveniristi di trasformazione urbana. << Il Liberty o Art nouveau riscosse molto successo nelle capitali europee come Vienna, Parigi, Berlino, Londra, anche per l’utilizzo di nuovi materiali, oltre il ferro, il vetro, la ceramica. A Napoli però approda in ritardo, attorno al 1904, quando altrove si è già esaurito. Ne risulta quindi un’arte floreale “appassita” persino pasticciata in alcuni edifici della città >> spiega Nicola Pagliara che al suo esordio negli anni Cinquanta aderì alla corrente Neoliberty, spinto forse da una adolescenza trascorsa a Trieste e dalla sua confessata ammirazione per il lieb Meister viennese di Otto Wagner( 1968). Non sono pochi però gli architetti che adottarono questo linguaggio versatile e fantasioso, definito quasi ‘un’eresia: i giovani Roberto Gabetti, Vittorio Gregotti, Aimaro Isola, Gae Aulenti, fra questi spicca poi per ingegno e vastità di interventi Giulio Ulisse Arata, una figura decisiva nella determinazione della qualità architettonica del “novello” quartiere occidentale di Chiaia progettato da Errico Alvino. Il movimento moderno a Napoli inizierà con il giovane ed “illuminato” Luigi Cosenza, precursore e maggiore interprete del razionalismo napoletano durante il ventennio fascista, autore nel ’29 del monumentale Mercato Ittico nella zona orientale del porto che anticiperà l’apertura al modernismo concretizzatasi poi nella bonifica del quartiere Carità. << Molti non capiscono che i grandi architetti del razionalismo sono stati dei grandi classici. Sono convinto - conclude Pagliara - che dobbiamo a loro se si è salvato il movimento moderno in Italia >>.
* tratto da ‘ Il Cerchio’ rivista di cultura e politica diretta da Giulio Rolando, n. 71-72, aprile-settembre 2009
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