Nel segno del Cavalier Cosmo Fanzago, inventor dell'obelisco: la Guglia di San Gennaro

di Filomena Maria Sardella*

Comparve dietro il vetro, giusto nella luce del finestrone che sta sulla porta della Cattedrale San Gennaro, il Santo Patrono protettore di Napoli, tra il fumo provocato dall’eruzione del Vesuvio, a “molti uomini dabbene degni di fede” ; in quel giorno del 1631, l’apparizione segnò la fine della paura: Napoli era salva. Il luogo dietro l’abside della Cappella dedicata al Santo fu presto destinato a ricevere un segno tangibile della riconoscenza al Patrono della città a spese della Deputazione di San Gennaro.
Giusto il 1631 Cosimo Fanzago lavorava al chiostro della Certosa di San Martino. Architetto e scultore già affermato, Cavalier Cosimo era giunto a Napoli nel 1612 da Bergamo, ove era nato nel 1591; piuttosto che al padre Pietro, ingegnere e matematico come pure geniale inventore di piccoli strumenti, Cosimo si accostò allo zio Pompeo forgiatore di oggetti liturgici che lavorava con buona tecnica e sapienza di indoratore di legni. Con lui Cosimo inizia anche a lavorare il marmo, poi il bronzo e il rame.

In effetti la Deputazione del Tesoro di San Gennaro affida a Cosimo Fanzago l’incarico di progettare la parte strutturale e architettonicamente decorativa mentre a Finelli quello di modellare e compiere la statua. Quando gli giunge l’incarico di progettare la guglia, anzi l’obelisco, del Santo dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro, Cosimo aveva al suo attivo una consistente esperienza. Giusto Gaetana Cantone mette l’accento sulla personalità dell’artista che, aldilà della sua formazione da cui trae quella grande manualità che lo contraddistingue nell’utilizzare i materiali più diversi, per cui lo definisce “apparatore”, è capace di progettare architetture monumentali delle quali cura ogni aspetto esteriore. Attento agli effetti chiaroscurali, egli sceglie accuratamente i marmi con colori differenti che, una volta accostati, simulino movimenti della stessa superficie, partecipando in maniera coerente e suggestiva a quella estetica barocca che andava diffondendosi dalla Roma dei Barberini. In effetti, alla grandezza delle dimensioni del fastoso barocco romano, capofila Bernini e Cortona, il Fanzago si accosta con la prontezza e vivacità del forgiatore della materia, che egli cura in modo particolare dando significato a ciò che il Portoghesi indicava come esperienza esaltante della estetica barocca: la scoperta della duttilità della materia. Il Fanzago infatti pone un’attenzione particolare alle soluzioni dell’andamento delle rigide strutture, ingentilite e arricchite dalle nuove formule aggettanti, utilizzando appunto apparati decorativi senza soluzioni di continuità tra le strutture portanti e gli arricchimenti formali esteriori. Tale visione innovativa è alla base del fare architettura del Fanzago, che vivrà la sua esperienza romana tra il 1647 e il 1651.
La trattativa per l’esecuzione della Guglia si chiude nel 1637 . Il luogo viene determinato dal ritrovamento di una colonna antica di marmo cipollazzo durante gli scavi per il campanile del Duomo; fu il Cardinale Ascanio Filomarino, a promettere in dono la colonna alla città. I lavori iniziarono subito e Cosimo Fanzago affrontò la costruzione della Guglia seguendo una impostazione bipartita, creando per prima una grande base sulla quale sarebbe stata montata la colonna; in tal modo l’esilità del fusto sarebbe stata esaltata ancor più dalla statua del Santo che avrebbe completato la vetta. Molti furono i problemi che si rilevarono nella prima fase della costruzione, tra il 1637 e il 1645. Anche gli abitanti della piazza ora denominata Riario Sforza, contribuirono alle perplessità dell’artista, ribellandosi poiché temevano che la guglia, una volta finita, potesse cader loro addosso durante le scosse di qualche incipiente terremoto.
Dalle carte conservate nell’archivio storico della Deputazione del tesoro di San Gennaro risultano evidenti incomprensioni e ritardi nella costruzione; e il Fanzago lamenta durante la direzione dei lavori anche l’imperizia delle maestranze. Il progetto originario doveva comunque essere composto in tal modo: base + colonna + capitello + scultura, ma di questa composizione fino al 1645 fu completata soltanto la parte basamentale, priva della statua del manigoldo che, posta ai piedi della costruzione, doveva rappresentare il malefico che decollò il santo Patrono.
I motivi che fecero maturare la soluzione successiva, cioè di costruire una finta colonna inserita in apparati decorativi che si succedono creando soluzioni visive scenografiche, non sono del tutto definiti. Di fatto il Cavalier Cosimo venne dietro alle aspettative di far apparire che una colonna sorreggesse la statua del santo, elaborando una struttura leggera, rivestendola poi di materiali nobili come il marmo e il bronzo, progettata e realizzata nella seconda fase della costruzione, tra il 1651 e il 1660. Saranno state le varie dispute del cardinale Filomarino con la nobiltà cittadina, che in parte componeva la Deputazione del Tesoro, come anche con il viceré conte di Peñaranda, più che i vari impegni che assunse il Fanzago, a rallentare il completamento della Guglia entro i due anni previsti, oppure i problemi già sottolineati di maestranze incompetenti, la guglia subì di fatto un fermo dei lavori per sei anni circa. C’è da dire che il Fanzago lavorava nel frattempo ad altre opere cittadine, e soprattutto alla Certosa di San Martino, operando accanto allo Spagnoletto, il pittore Jusepe de Ribera, dal quale fu in qualche modo influenzato nello stile. Nel 1645 lavora alla Certosa di Montecassino; ancora per la Certosa di Padula e prima ancora per quella di Serra San Bruno. Per la Certosa delle Piccole Serre era impegnato già tra il 1635 e il 1637, benché non siano stati portati a termine i lavori per una lite sorta con i monaci della Certosa è certo che egli fornì i bozzetti di completamento del ciborio, documento estremamente indicativo delle altissime qualità già mostrate dal Maestro nel saper fondere mirabilmente architettura, scultura, e decorazione ; la data precisa di esecuzione insieme ai nomi dei fonditori sono deducibili dai documenti di archivio pertinenti. Non c’è dubbio comunque che gli angeli oranti come i due puttini in bronzo dorato, che ora completano l’altare della chiesa di San Leoluca a Vibo Valentia, siano molto vicini alle decorazioni che lo scultore e progettista della guglia di San Gennaro si appresterà a eseguire per la stessa.
Il Fansago dunque eseguì la base più o meno rispettando il progetto originario, ed elevò la struttura più o meno alle dimensioni che aveva progettato essere quelle per l’erezione della colonna di diametro quattro palmi e trentacinque in circa di altezza (documento del 1637). Egli dilata la base verso lo spazio circostante arrotondando i lati dell’ampio quadrato con volute e arricchimenti formali, come la balaustra che terminerà soltanto alla ripresa dei lavori, tra il 1657 e il 1660. Sul lato esterno alla piazza ora manca il medaglione contenente l’autoritratto dell’artista, che compare invece nella guglia da lui stesso costruita per la città di Avellino. I pagamenti ai “mastri pipernieri” che avevano completato i lavori di piperno che corredano il basamento dell'obelisco furono effettuati soltanto nel 1661. Segue al di sopra la costruzione di un parallelepipedo di base più stretta che raccoglie nella faccia esterna sulla piazza un’epigrafe contenente la dedica al Santo. Inoltre la forma arrotondata, quasi un ovale, riproduce con approssimazione la forma a cuore, elemento che farebbe pensare a un riferimento al sacro cuore di Gesù, simbolo utilizzato dall’Ordine Gesuitico.
L’ovale con la scritta è inserito in una cornice arricchita dalla figura della sirena Partenope, simbolo della città di Napoli, scultura in alto rilievo di donna coronata a mezzo busto sporta in avanti, che lo racchiude come in un abbraccio con le ali e la coda marina a scaglie. L’altezza delle quattro facce del parallelepipedo consente di inserire apparati decorativi in marmo, che rendono questa fascia non solo un basamento bensì un’opera già di per se di perizia plastica. In successione su quest’alto podio il Fanzago colloca un basso piedistallo anch’esso quadrangolare sul quale monta un alto fusto a mo’ di colonna. Da questo punto l’esecuzione del progetto iniziale si trasforma e inizia la seconda fase progettuale e costruttiva della guglia, originariamente obelisco. Alla ripresa dei lavori, eliminato il reperto archeologico per vari motivi, il Cavalier Cosimo diede vita a una struttura del tutto innovativa, una vera allegoria della colonna, una costruzione composita di mattoni aderenti a un’anima di ferro, chiusa alle estremità, giusto dal piedistallo fino al capitello in alto, entrambi due blocchi monolitici di marmo cipollino che servono all’architetto per comprimere e stabilizzare la struttura.
L’effetto mimetico, per così dire, diede ottimi risultati se Dionisio Lazzari, esperto marmoraro laico domenicano, compositore tra l’altro del bellissimo altare in preziosi marmi connessi collocato dal XIX secolo nella Cappella Palatina di Palazzo Reale come il bellissimo altare sopraelevato su due rampe a tenaglia della chiesa di San Vincenzo o Santa Maria alla Sanità, chiamato dopo circa due anni dall’inaugurazione a misurare e valutare la guglia per certificarne quella che oggi chiamiamo la regolare esecuzione, non si accorse della varietà composita del fusto, ritenendo che le volute in marmo bianco fossero solo un rigonfiamento della stessa colonna. Lo stesso effetto lo riceve il Celano che nella sua nuova guida di Napoli (op. cit.) edita nel 1792 descrive la guglia come una colonna ornata di medaglioni.
Molte sono le descrizioni che riguardano il monumento ben conosciuto, dedicato al santo protettore di Napoli, che descrivono la guglia come una colonna arricchita da decorazioni. Tutto ciò denota che il Fanzago seppe sapientemente risolvere il problema: ciò che al momento dovette sembrargli una carenza improvvisa quanto inevitabile, l’impossibilità di utilizzare l’antica colonna promessa, lo invitò a immaginare e quindi progettare ex novo una struttura altrettanto simbolica e senz’altro staticamente più valida , capace di raccogliere nella varietà delle superfici tutte quelle decorazioni atte a velare e abbellire l’anima composta di materiali diversi dal marmo. Nasce così la nuova guglia, esempio originale delle altre che andranno ad abbellire e arricchire le piazze del centro storico della città, arredi di grande fascino diversi dagli obelischi romani diffusi nel secolo precedente, che erano serviti a loro volta da esempio prima della felice invenzione del nostro artista ormai partenopeo. Curare ogni dettaglio, ogni elemento che possa spaziare nell’arte plastica che tanto gli è cara, è una tentazione più che una imposizione della committenza.
Quanto infatti felice sia l’espressione artistica che il Fanzago rivela nelle sue composizioni di piccola statuaria è ben noto agli storici e agli studiosi del campo. Le soluzioni compositive spaziano dagli effetti pittorici, vera ricerca dell’estetica barocca, alle studiate tecniche che supportano il lavoro più specificamente scientifico da architetto. Così il Fanzago pone attenzione particolare nell’arricchire di larghi ricci le lunghe panciute volute, che come nastri rigonfi per l’alito di un vento improvviso, scendono imbrigliando quella che ben sembra una colonna, nella struttura centrale, e aggiunge come un fantasioso ricordo di fiocchi pendenti a trattenere tendaggi, nei grappoli posti al di sotto degli spigoli che infatti pendono come festoni danzanti, offrendo a chi li guarda la fresca carnalità dei pomi scolpiti a tutto tondo. Più su un ricco capitello dai bordi ondulati regge come una seconda colonna costruita visivamente in due sezioni distinte, di cui la prima non è che un pilastro quadrangolare che regge una base più larga sulla quale poggia la seconda. Il basamento, se così si può denominare, è arricchito da lesene che sottolineano orizzontalmente la superficie liscia, mentre su ogni faccia scende leggermente aggettante una decorazione con scanalature verticali che termina in una punta trilobata con una borchia metallica sovrapposta, al fine di creare una variazione cromatica che muova la liscia superficie del marmo. Al di sopra il pilastro più esile, più fittamente decorato, si arricchisce di angeli ruotanti affacciati sulla piattaforma più ampia di base. Posti sui quattro lati gli angioletti eseguiti in marmo bianco di Carrara girano ciascuno verso la parte opposta all’altro, portando in mano i simboli di San Gennaro, per mostrarli a quanti, di sotto, guardano. La posizione delle gambe degli angeli è del tutto simile a quella di altri che completano i laterali degli altari barocchi napoletani; in particolar modo trovo identica la composizione tranne che nelle braccia, a quella dei puttini dalle braccia tutte e due elevate a reggere cesti di frutta ora scomparsi, che arricchiscono l’altare già citato della chiesa di San Leoluca a Vibo Valentia, provenienti dalla certosa di Serra San Bruno, i cui bozzetti eseguì senz’altro il Fanzago. Di bronzo questi ultimi e di altezza di settanta cm. circa, quelli della guglia di marmo, vicini a due metri d’altezza, tuttavia sembrano appartenere ad uno stesso bozzetto, o almeno ad una coeva progettazione.
Nel dettaglio, gli angeli della guglia, reggono il primo le due ampolle, una per mano, in marmo; il secondo la mitra e la stola in bronzo una per mano; il terzo il libro in marmo e la penna piumata in bronzo; e il quarto il pastorale in bronzo. Vederli da vicino, una volta saliti sul ponteggio montato per il restauro, provoca una sensazione di meraviglia e quasi di disagio. Viene spontaneo toccarli, toccare le lisci e superfici non abrase da precedenti “focosi” restauri, mentre un tenero sentimento scaturisce spontaneamente evocato dalle forme di bimbetti riccioluti ed alati. A chi alza lo sguardo verso di loro dal basso, i quattro angioletti appaiono così, composti in morbide forme infantili, in procinto di librarsi nell’aria, con una gambetta ripiegata per far leva su di un piede, poggiato il tallone, mentre l’altra si libra nell’aria a saggiare il vuoto; e poi tutti e quattro sembrano come ruotare intorno alla guglia: un vero volo di angeli.
Bene una volta lassù le loro dimensioni (circa due metri) mettono a disagio e... chissà perché ho ritratto la mano che accarezzava il piedino. Ancora più in su la guglia si stringe ancora; il modo in cui l’architetto calibra il peso della statua che andrà a porsi sulla vetta diventa un espediente di soluzione statica. In effetti il parallelepipedo poggiato sul capitello, unico blocco di marmo cipollino, contiene all’interno una vera e propria gabbia metallica che continua attraverso fili di ferro verso l’alto; una coppia di ferri, stretti a formare una croce, vengono invece utilizzati per reggere i quattro puttini. Oltre l’ultimo pinnacolo l’anima in ferro viene rinforzata da una piastra metallica inserita orizzontalmente e sottolineata esternamente da una piattaforma in pietra leggermente aggettante. Lo stelo di metallo andrà poi ad inserirsi nella statua del Santo Patrono benedicente, per sorreggerla. Nulla è dunque lasciato al caso. La composizione, in muratura e tufo nella parte basamentale, solida ed ampia, e in pietra sorretta da anima di ferro nella parte sovrastante, sempre più esile, è un opera architettonica a pieno diritto, pur se chi la vede, passando, la coglie come esempio di architettura effimera. Ma non era questo l’obiettivo dell’artista?
MA ADESSO PASSIAMO ALLA STATUA DEL SANTO.
Era stato già deciso che il Finelli, che lavorava al tempo della committenza nella cappella del Tesoro di San Gennaro, ponesse a sua opera la statua del Santo sulla guglia; che tra Cavalier Cosimo e suo genero Giuliano non corresse buon sangue è risaputo dalle cronache, ma certo non fu per questo motivo che il Montani concluse l’opera del Fansago. A tal proposito va detto che i più importanti redattori di guide di Napoli, dal Celano allo Strazzullo, reputano la statua un’opera vicina al Finelli. È proprio il Celano però che parla della statua contraddicendosi subito dopo, ascrivendola a Tommaso Montano, Cristoforo e Giandomenico Monterossi; in realtà furono loro a fondere la statua di San Gennaro per la cappella del tesoro già nel 1620, mentre il Finelli ne farà una solo nel 1645, un San Gennaro in cattedra. Lo Strazzullo ricorda che il Finelli ebbe incarico di fornire quattordici statue per la Deputazione di San Gennaro e continua in un documento del venti agosto 1636 così...... s’è per ciò concluso che si eriga una statua del detto glorioso Santo sopra una colonna nel largo de la Maggiore chiesa con l’infrascritto epitafio e vi si ponga quel istessa statua che già stata fatta nel Thesoro, iuxta il disegno del Cavalier Cosmo Fansago. Nel 1636 l’unica statua di bronzo di San Gennaro era quella del Montani.
La statua bronzea di San Gennaro, alta due metri e mezzo all’incirca, fu posta sulla guglia nel 1660. Il Santo, in posizione eretta, appare nell’atto di benedire il popolo, ed è corredato di tutti gli attributi che iconograficamente lo definiscono, in primis le due ampolle ove si scioglie il sangue poi il libro, la mitra e il pastorale come segni dell’alto riconoscimento nell’ordine gerarchico ecclesiastico, elementi tutti che gli conferiscono la dignità del rango terreno prima che extra terreno, cioè sacro. Il volto severo, dai lineamenti raffinati ed eleganti, compare sotto la mitra raccolto nel bordo rialzato dell’ampio piviale che lo avvolge. Su di esso, nella parte sinistra, in basso, è leggibile un ripensamento; la stoffa, simulata dalla leggera decorazione impressa sul bronzo, terminava lateralmente rialzando leggermente il bordo, mentre adesso, benché resti visibile l’aggiunta, cala fino a coprire i piedi, cioè la base. Evidentemente si tratta della statua già eseguita, adattata per la nuova collocazione prima del trasporto. Fu infatti “secata” e “intagliata”, e dal pittore Modonini “colorita”, ossia patinata, per essere collocata all’aperto. Certamente sia il Finelli che il Fanzago si adoprarono per realizzare una statua ex-novo, ma pare che ciò che era stato deciso fu rispettato.
L’impostazione severa e in qualche modo rigida della raffigurazione riporta senz’altro a tradizioni scultoree legate ancora alle maniere cinquecentesche, nell’ambito del Naccherino e alle pacatezze del Malvito. La statua bronzea non è comunque lontana dalla statua in bronzo dorato eseguita su progetto di Cosimo Fansago, sempre per la certosa di Serra San Bruno, tra il 1635 e il 1647, fonditore Raffaele Maiterico detto il Fiammingo . Solenne nella compostezza dell’impianto, la figura del Santo Vescovo è tutta sintetizzata nel crudo realismo del volto, severo e pensoso nelle pieghe della pelle, nelle labbra serrate, nella mascella tesa. La carica espressiva fa riaffiorare senz’altro l’umore naturalistico dell’ambiente culturale lombardo dal quale il Fansago proveniva. Minute le proporzioni (altezza cm.47) eppure maestosa la rappresentazione, tutta calibrata su la frontalità dell’impostazione della figura; solo il piede sinistro muove verso l’esterno creando panneggi nel manto che scende fino ai piedi. Si sa che il Fansago eseguì alcuni disegni preparatori per la statua da porsi sulla guglia e che valutava nella rappresentazione una leggera sporgenza del volto, teso verso i fedeli che l’avrebbero guardata dal basso; la piccola statua bronzea, attualmente collocata in alto sull’altare della chiesa di San Leoluca a Vibo Valentia, ha in effetti una leggera inclinatura in avanti, proprio per sottolineare la visione del sottinsù che voleva offrire. La statua del Montani conserva invece una impostazione totalmente frontale. Certamente complementare benché assolutamente necessaria, la statua del Santo protettore svolge sulla guglia la sua funzione di richiamo al sacro ma anche al profano.
La piazza, regno di chi vi abita, non potrebbe ormai più vivere la sua vita senza di lei. La guglia fu inaugurata con gran festa il 16 dicembre 1660. Al cavalier Cosmo Fanzago furono rimborsate le ultime spese proprio in quell’anno.

 

* Filomena Maria Sardella, funzionaria direzione regionale Sovrintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Napoli e Provincia, direttore lavori restauro guglia di San gennaro ( anno 2003), socia di Incontri Napolteani

tratto dal libro 'Dalla Terra al cielo le guglie di Napoli', a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa, Napoli, novembre 2003 ( foto by A. Alfano 'Informazione solidale'/ M. Sampaolesi)
Bibliografia di riferimento:
Archivio storico della Deputazione del Tesoro di San Gennaro.
Borzelli A., La guglia di S. Gennaro, “Napoli Nobilissima” v. VI, 1897
A. Spinosa, I Cibori fansaghiani etc., Napoli 1974
Franco Strazzullo, La vertenza tra Cosimo Fanzago e la deputazione del tesoro di S. Gennaro,
“Archivio storico per le provincie Napoletane” 34, 1953-54
Celano, Chiarini, ESI, 1972. La notizia è contenuta nella guida del C. edita nel 1692.
Gaetana Cantone, Guglie e fontane di Cosimo Fanzago, “Napoli Nobilissima” v. XIII fasc. II marzo-aprile, 1974 Filomena Sardella, Opere d’arte, sta in “I Beni Culturali a Monteleone di Calabria” Frama Sud 1978

Galleria immagini

Links

Studio 147
Guida agli appuntamenti in citta', online tutte le informazioni utili.

SVILUPPO DONNEIMPRENDITRICI
Un network al femminile di donne professioniste, imprenditrici e aspiranti imprenditrici in tutti i campi che creano sinergie per crescere professionalmente.

NeveDonna 2011
L'evento dedicato alla Donna, un'occasione unica di Networking. Tre giornate di sinergie e benessere, di incontri e presentazioni, conferenze e laboratori con e a cura di Donne, Aziende, Imprese, Istituzioni, Club, Circoli, Associazioni, per mettersi in gioco, cogliere e generare opportunità personali, professionali e sociali.

Banco di Napoli
Il Banco di Napoli trae origine dai banchi pubblici dei luoghi pii sorti a Napoli tra il XVI e XVII secolo. Attualmente è una Società del Gruppo Intesa Sanpaolo.

Istituto Banco di Napoli Fondazione
L'Istituto Banco di Napoli è una Fondazione che persegue fini di interesse sociale e di promozione dello sviluppo economico e culturale nelle regioni meridionali. Ha sede nel Palazzo Ricca, Via Tribunali 213 -Napoli.

Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali fu istituito da Giovanni Spadolini, con il compito di affidare unitariamente alla specifica competenza di un Ministero appositamente costituito la gestione del patrimonio culturale e dell'ambiente al fine di assicurare l'organica tutela di interesse di estrema rilevanza sul piano interno e nazionale.

NarteA
NarteA è un’associazione culturale costituita da un gruppo di giovani uniti dalla passione per l’arte in tutte le sue forme ed espressioni ed ha come principale obiettivo la promozione, attraverso la divulgazione, del patrimonio storico e artistico della città di Napoli.

Associazione Amici degli Archivi Onlus
L’Associazione Amici degli Archivi Onlus è stata istituita con atto notarile nel 2000 ed ha come scopo la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano. L’Associazione è presieduta da Giulio Raimondi, già direttore del Grande Archivio di Napoli e Sovrintendente Archivistico per la Campania.

Giovanna Izzo Sampaolesi
Restauri e Conservazione, esecutrice lavori ripristino due Guglie Cavalli di Bronzo e Ciborio SS. Annunziata.

Il Cerchio
Rivista Il Cerchio di Napoli diretta da Giulio Rolando.

Lucio e Mariolina Mirra
Teatro Diana e Teatro delle Palme in Napoli.

Libreria Neapolis
di Annamaria Cirillo, Libreria Napoletana Via San Gregorio Armeno, 4 Napoli.

Al Blu di Prussia
L’idea e il progetto di restituire alla città un luogo d’arte, si deve alla caparbietà della famiglia Mannajuolo, in particolare di Giuseppe Mannajuolo, nipote di quel Guido che ha reso, dal dopoguerra in poi, il suo spazio espositivo un vero e proprio punto di riferimento della cultura figurativa napoletana. Via G.Filangieri 42 - 80121, Napoli.

Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina (M.A.D.R.E)
Il Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina (M.A.D.R.E), Via Settembrini 79 - 80139 Napoli, sorge nel cuore storico di Napoli, a pochi metri dal Duomo e dal Tesoro di San Gennaro, a cento metri dal Museo Archeologico Nazionale e dall’Accademia di Belle Arti (Galleria d’Arte Moderna), lì dove si sviluppa l’antico quartiere di San Lorenzo.

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano, Via Monte di Dio 14, 80132 - Napoli, è stato fondato nel 1975 a Napoli da Enrico Cerulli, Elena Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli e da Gerardo Marotta, che ne è anche il presidente, intorno alla biblioteca umanistica di oltre centomila volumi, messa insieme in un trentennio di pazienti ricerche di fondi librari in tutta Europa.

Civita
Civita ha ampliato nel corso degli anni i propri spazi di intervento operando sul territorio per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale del nostro Paese. Oggi il Gruppo Civita è costituito da due diverse realtà, ognuna delle quali possiede una propria specializzazione e funzionalità operativa: l' Associazione Civita e Civita Servizi.

Fondazione Mondragone
La Fondazione Mondragone si trova a Napoli, in piazzetta Mondragone, in un complesso monumentale che comprende la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. L'ente promuove l'innovazione nelle attività legate alla Moda. Ospita poi il Museo del Tessile e dell’Abbigliamento "Elena Aldobrandini" che testimonia con il suo patrimonio, la creatività, il gusto e l'antica tradizione che l'artigianato meridionale vanta in tale settore.

Palazzo Reale Napoli
Palazzo Reale di Napoli

Soprintendenza Archivistica per la Campania
Via San Biagio dei Librai, 39 - 80138 Napoli
Presidente Dott.ssa Maria Luisa Storchi

Comitato Civico di S.Maria di Portosalvo
Presidente: Avv. Antonio Pariante - Napoli, C.so Umberto I, 34

Associazione No Comment
L’associazione No Comment nasce a Napoli nel gennaio 1999, con l’intento di fare “memoria visiva” del quotidiano napoletano, dando visibilità ai bisogni dei soggetti disagiati e meno garantiti, promuovendo i valori della solidarietà, della legalità e del bene salute. La No Comment si adopera, nei limiti delle proprie disponibilità, per promuovere una informazione visiva no profit, richiamandosi alle indicazioni dell’articolo 21 della Costituzione Italiana e all’articolo 19 dei Diritti dell’uomo.