Frutto in gran parte di donazioni da parte dei fedeli della Congrega di S. Maria delle Anime di Purgatrio ad Arco, sorta nei primi del Seicento, in piena Controriforma, per suffragare con messe e suffragi le anime dei defunti, sono stati custoditi per anni negli armadi della 'Camera Sancta' ossia la sacrestia, con tutta la cura e l'attenzione che si deve a questi tipi di reperti ' carichi di significati culturali, sacralizzati dall'uso'.
Parte di questi preziosi esemplari sono stati restaurati grazie ad Incontri Napoletani nel 1997-'98 ed oggi sono esposti in vetrine, negli ambienti del Museo dell'Opera, allestito non solo nella sacrestia ma anche nel contiguo oratorio dell'Immacolata Concezione.
L'impiego dei preziosi materiali per realizzarli si è imposto nei secoli, nonostante la promulgazione di leggi per frenarne l'uso esasperato ed il conseguente eccessivo dispendio di denaro. Già nel 813 severe regole erano state espresse nel Concilio di Magonza per proibire agli officianti di indossare durante le celebrazioni liturgiche abiti usati abitualmente, troppo aderenti e vistosi, imponendo invece di indossare la semplice stola.
In origine, l'abbigliamento utilizzato dai sacri ministri era molto povero e privo di ornamento, consisteva di una tunica talare, tipica veste del pellegrino, in tessuto ruvido, in grado di resistere a mesi di uso ed intemperie, legata ai fianchi con il 'cingolo', un fazzoletto di lino bianco con due nastri da annodare sotto il mento che il celebrante poneva sul capo e le spalle prima del camice, adatto anche a proteggersi dal sudore.
Poi c'era la 'dalmatica': giunta a Roma nel II secolo dalla Dalmazia, era una tunica bianca di lana o lino con solo due strisce verticali, in origine la sopravveste dei diaconi. Seguiva la 'planeta' o 'casula', discendente dell'antica 'paenula', una sorta di mantello che avvolgeva tutto il corpo. Era il vestiario della povera gente che dal IV secolo d.C. aveva preso il posto della toga romana.
E' solo nel Medioevo che s'inizia a ornarlo di guarnizioni e strisce richiamando il simbolo cristiano della croce. Fu detto per questo 'stile gotico'.
Al corredo dei sacri ministri, si aggiunge infine il 'pluviale' o piviale, un'ampia cappa con cappuccio, che serviva anche per ripararsi dalla pioggia, allacciata sul davanti tramite una fibula detta 'pectorale', già usata nell'VIII secolo dai monaci di S.Cluny ( i cluniacensi). Ben presto diventa un prezioso mantello semicircolare che scende sino a terra con un particolare scudo alle spalle, a ricordo dei vecchi cappucci.
Il pontefice lo assumerà quale indumento sacro per mettere in risalto il ruolo di supremazia di sovrano temporale, usandolo esclusivamente in solenni celebrazioni, come l'incoronazione degli imperatori.
Dopo l'XI secolo si trasforma in paramento di lusso con preziosi e rari damaschi e tessuti di pura seta ricamati a mano con fili d'oro, d'argento e pietre preziose, arricchito di simboli biblici riconducenti alla vita, alla morte e alla resurezzione di Gesù Cristo.
Nuove regole cui devono uniformarsi i sacerdoti, verranno poi promulgate dal Concilio di Trento( 1545- 1563) nel tentativo anche di ripristinare, in contrasto, i decadenti costumi ecclesiastici dell'epoca.
Tali vincoli resteranno validi sino alla riforma sancita con il Concilio Vaticano II ( 1959-1965) e le successive disposizioni liturgiche degli ultimi anni.
La finalità di queste prescrizioni era quella sopratutto di uniformare lo svolgersi dei riti celebrativi, codificare la simbologia, e quindi anche l'uso degli arredi secondo il rituale prescritto.
I paramenti sacri divennero così l'elemento primario che contraddistingue le varie funzioni del calendario liturgico, collegato agli avvenimenti della vita di Cristo, dunque: l'Annunciazione, il Natale, l'Epifania, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste.
Così il bianco sarà il colore simbolo nelle feste del Signore e della Madonna, dei santi e degli angeli ed anche per la cerimonia del battesimo ed il rito nunziale.
Il rosso per lo Spirito santo, gli apostoli ed i martiri, ma anche nella Epifania e nella Pentecoste. Il viola per la benedizione delle Palme e delle Ceneri. Il nero per le funzioni dei defunti e del Venerdì Santo.
A partire dal Seicento molte delle vesti si ammodernano secondo il gusto del tempo, come le 'casule', chiamate oggi 'pianete', che prendono la forma attuale: si aprono ai lati, si arricchiscono di ricami, diventano l'indumento simbolo del sacerdozio; sono di tutti i colori richiesti dalle liturgie dove prevalgono quelle nere, necessarie per i riti funebri.
Alla medesima ricchezza di stoffe, tessuti, ricami e stile, si unisce la ' dalmatica', accorciata e aperta ai lati, usata dai diaconi nelle funzioni più solenni.
Quanto alle vesti liturgiche indossate nella chiesa di S. Maria di Purgatorio ad Arco a Napoli e gli innumerevoli addobbi che ne arredavano il luogo - cioè i palii, gli arazzi, le coltrine, i paliotti - essi si collegano coreograficamente alla solennità di avvenimenti come la terza domenica dell'Avvento e la quarta di Quaresima.
Notevole è la presenza nel luogo di parati del XVIII e XIX secolo, realizzati con filati in seta e preziosi fili metallici, in argento e oro, con anima di seta.
Severo e lussuoso quello in faglia nera, della fine del Settecento, destinato alle celebrazioni funebri,composto da un ricco insieme di pianete, stole, manipoli e piviali, lavorati ( come si vede in foto) con la tecnica ad ago a fili distesi con piattine d'argento riccio e ritorto, che creano con la loro diversa lucentezza, particolari effetti chiaroscurali.
Tutta la collezione è ricca inoltre di preziosi piviali, in particolare un piviale della seconda metà del Settecento, di manifattura napoletana, in moire avorio, deorato con ricami realizzati in fili dorati e sete policrome. E poi un altro, molto originale, forse unico, datato 1750-1755, un piviale in damasco broccato, dall'eccentrico colore rosa-lilla sfumato, con trame supplementari nei colori avorio, giallo, azzurro, celeste, decorato con un reticolato di piccoli fiori che ricordano nel disegno le composizioni ideate da Anna Maria Garthwaite nel 1749( 'Silk designs of the Eighteenth Century' di N. Rothstein, London), secondo l'esperta Nicoletta D'Arbitrio, docente di restauro tessile presso l'Accademia di Belle arti di Napoli e che ha curato per conto di Incontri Napoletani il ripristino degli esemplari nella chiesa di Purgatorio ad Arco.
La rarità del manufatto è data sopratutto dal colore di fondo che lo rende utilizzabile solo con una speciale autorizzazione ecclesiastica ed in poche occasioni liturgiche, festive e di gioia, come nei giorni delle Quarantore e della Santissima Annunziata, celebrata solennemente a Napoli il 25 marzo, quando i fedeli della chiesa di Purgatorio ad Arco potevano godere di indulgenza plenaria.
Questo raro patrimonio liturgico è completato alla fine da una vasta collezione di tovaglie d'altare e camici bianchi, che erano in origine proprio le antiche tuniche talari; il clero infatti scelse due tipi di camici: uno bianco, riservato all'uso liturgico, e uno nero, riservato all'uso quotidiano.
In epoca barocca, la veste si trasforma, viene allargata e arricchita di pieghe lunghe e larghe, di maniche abbondanti con guarnizioni ricamate a mano e pizzi lavorati ad ago e a fuselli. Un tipico simbolo dell'antica liturgia che significa che i sacerdoti devono avere ' maniche larghe' nel fare opere buone ed assistere i propri fedeli.
Se invece si tratta di alti dignitari, come vescovi o cardinali, le maniche strette dei loro 'rocchetti'( una veste bianca e stretta) indicano che devono essere ancora più liberi per fare del bene al prossimo.
* dell'Istituto Denza dei PP.Barnabiti di Napoli
L'argomento è tratto dal libro ' Passaggio a Purgatorio ad Arco', a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa edizioni, Napoli, maggio 2001
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