C'è una quarta guglia a Napoli: l'obelisco di S.Maria di Portosalvo

di Antonio Parlato*

Può essere sfuggito a molti, ma Napoli non possiede solo le tre belle guglie barocche, ce n’è anche una quarta, l’ultima eretta in ordine di tempo, affianco alla piccola chiesa cinquecentesca di Santa Maria di Portosalvo e alla vicina fontana della “Maruzza” (lumaca). Siamo all’incrocio tra via Marina, via De Gasperi e via Marchese Campodisola e venendo da piazza della Borsa ce la troviamo dinanzi su un’aiuola sparti -traffico, alla destra della chiesa, mentre di fronte si erge l’edificio dell’Immacolatella, fatto costruire - su progetto di Domenico Antonio Vaccaro - da Carlo di Borbone, come sede della “Deputazione della Salute” e nel quadro di un più vigoroso impulso dato alle strutture portuali napoletane nella prima metà del XVIII secolo. La Chiesa di Santa Maria di Portosalvo non fu del resto costruita lì per caso. Sorgeva in origine nel largo del Mandracchio (antico termine forse di origine spagnola, mandrache, che significa darsena) ed aveva l’abside prospettante su uno specchio d’acqua, il cosiddetto Molo Piccolo, porto di pescatori e di attracco delle navi collegato al mare attraverso due “imboccature” scavalcate da ponti su cui correva la Strada Nuova, l’odierna via Marina. Alla fine degli anni Trenta del secolo scorso il porticciolo venne interrato, poi si diede avvio alla modernizzazione della zona, conclusasi nel dopoguerra, eliminando così il tessuto urbanistico di origine medievale.
La chiesa che conserva l’antico livello stradale, nonostante l'abbandono, appare quasi estraniata dal suo contesto tanto che si ha la sensazione per via dei suoi inserti laici di finestre e “terrazzine”, che spunti dal
tetto di un palazzo come per una mistica levitazione. Venne innalzata per iniziativa congiunta di armatori e marinai nel lontano 1554. La navigazione costituiva una attività molto rischiosa in quel tempo e occorreva potersi raccomandare alla Madonna prima di partire e ringraziarla poi, al ritorno del  viaggio. Lo conferma l’esistenza nella chiesa non solo di ex voto - in gran numero una volta - ma di due graziose raffigurazioni (una navicella posta su due pilastrini) che ornano la bella balaustra dell’altare maggiore - disegnata nel 1647 da Dionisio Lazzari - e che hanno il significativo titolo di “Miracoli della Madonna a favore dei marinai”. Qui sino agli anni Settanta del Novecento, si organizzava una grande festa in cui la statua lignea seicentesca dell’Immacolata, conservata in una delle cappelle, era portata in processione con le barche per mare.


La presenza, appena fuori la chiesetta, dell’obelisco,dimostra che forse è stata proprio Santa Maria di Portosalvo ad operare il miracolo di risparmiare la guglia borbonica dall’abbattimento nei due secoli di storia che hanno fatto seguito alla sua erezione.
La guglia, infatti, era stata innalzata dopo che il Cardinale Fabrizio Ruffo, postosi alla testa di un esercito, chiamato della “Santa Fede”, costituito da volontari, per lo più calabresi, aveva riconquistato ai Borbone il loro Regno, usurpato dalla colonizzazione da parte di truppe francesi al comando del generale Championnet. Erano passati dieci anni dalla Rivoluzione Francese nel 1789 ed il Regno delle Due Sicilie sembrò costituire un terreno fertile per instaurare, con l’essenziale partecipazione di aristocratici e di borghesi progressisti, la “Repubblica Partenopea”.
Il generale, giunto a Napoli ed accolto con entusiasmo dai fautori del vento che spirava nelle nuove bandiere del razionalismo,dell’egualitarismo e dell’illuminismo, ma in pieno contrasto con i sentimenti dei ceti popolari ai quali non risparmiò sanguinose repressioni, si era recato subito al Duomo, nella Cappella del Tesoro a rendere omaggio alla teca con la reliquia del Santo patrono. Lì, armi alla mano, aveva minacciato una carneficina se il sangue di San Gennaro non si fosse subito sciolto, dando così un segnale rassicurante ai napoletani. Cosa a cui il Santo provvide immediatamente per impedire altro spargimento di sangue. Fu allora che il popolo rimasto fedele ostinatamente alla monarchia borbonica anziché piegarsi alla volontà del suo patrono, piuttosto insomma che interpretare il suo miracolo quale una divina indicazione a favore di francesi,repubblicani e giacobini, preferì tacciare senza mezzi termini San Gennaro stesso di alto tradimento.
Il palazzo reale era però vuoto: il Re Ferdinando IV, la Regina Maria Carolina ed i dignitari erano stati imbarcati alla volta di Palermo, seguendo i consigli, del tutto interessati, dell’ammiraglio inglese Orazio Nelson che a Napoli svolgeva per conto del suo governo un ambiguo ruolo: più che il consigliere di S.M. britannica appariva il governatore di una colonia inglese. Tanto che aveva fatto ardere in rada le altre navi borboniche invece di impegnarle in una fiera resistenza ai francesi o, almeno, dirottarle altrove, in vista di un successivo, vittorioso ritorno del Borbone.
Sei mesi era durata la “Repubblica” quando sul Ponte della Maddalena, ad oriente della città, il 13 giugno del 1799, festa di Sant’Antonio di Padova, apparve alla testa delle sue truppe il Cardinale Ruffo. Si era offerto volontario mesi prima, tra lo scetticismo di molti tra i quali Nelson, per una “missione impossibile”: riconquistare il Regno. Partito dall’estremo lembo della Calabria, era risalito lungo la penisola da trionfatore battendo ogni resistenza e vedendo accrescere consensi e partecipazione popolare alle sue schiere. Era giunto alle soglie della città quando un’orda umana gli venne incontro urlando dal Lavinaio, dal Mercato, dal Borgo Loreto. Il Cardinale dubitò per un attimo, per scoprire però subito dopo che non erano i nemici quelli che si trovava dinanzi. Era il popolo, il popolo di Napoli che gridava a gran voce “Viva lu Rre!”, “Viva lu Rre!” per dargli il benvenuto: la “Repubblica” era stata sconfitta, forse proprio per non esser riuscita a coinvolgere gli strati popolari fedeli alla monarchia ed alla tradizione religiosa del Regno. Ruffo si trovò subito alle prese con Nelson, tanto che decise - a missione compiuta - di ritirarsi: mentre infatti aveva concesso ai rivoltosi della “Repubblica” la più ampia amnistia, non altrettanto volevano sia l’ammiraglio inglese che la Regina Maria Carolina, animati da una volontà di vendetta (forse in quest’ultima
ispirata dalla tragica sorte che i rivoluzionari avevano riservato a Parigi alla sorella Maria Antonietta). E fu, pur nelle perplessità di Re Ferdinando, il “ripurgo” che significò la decapitazione di tanti repubblicani a piazza Mercato, sia pure “giustificata” dalla circostanza che si trattasse delle esecuzioni capitali previste allora da tutte le leggi contro i colpevoli di attentati allo Stato legittimo, eversori dell’ordine costituito.
Fu così che, per celebrare la riconquista del Regno, ricordarla ai posteri e ringraziare il Signore, fu innalzato l’obelisco, devozionale come gli altri che l’avevano preceduto, e che si erge ancora a poche centinaia di metri dal Ponte della Maddalena da un lato e dal Palazzo Reale, divenuto nuovamente residenza dei Borbone, dall’altro. Quasi a congiungere, sotto l’ombra protettiva del campanile e della cupola maiolicata di Santa Maria di Portosalvo,due significativi momenti della impresa del Cardinale Ruffo. Ma vediamo finalmente ora e da vicino l’obelisco che l’ingiuria del tempo e degli uomini ha precipitato nel più totale degrado.
La guglia di piperno, in forma piramidale e sormontata da una croce, recava in origine sui lati quattro medaglioni di marmo infissi nella pietra. Essi raffiguravano la Madonna di Portosalvo, Sant’Antonio, altro patrono di Napoli ed in ricordo di quel 13 giugno 1799 nel quale coincise la ricorrenza del Santo con la riconquista del Regno, San Francesco di Paola che aveva Fede lungo il cammino verso la capitale del Regno ed infine San Gennaro “in atto d’imporre sosta agli ignei torrenti del Vesuvio” e con il quale nonostante la sua “resa” a Championnet ci si volle riconciliare. Intorno alla base simboli della passione, ed epigrafi tra le quali una che, tradotta dal latino, così recita: “Salve o croce, unica speranza in questo tempo di passione. Accresci grazia ai pii, cancella i delitti ai rei”.
Dei bassorilievi, solo alcuni sono scampati alla razzia, tra i quali quello di San Gennaro. Per la decisione di porre quest’ultimo sull’obelisco, sorse all’epoca una lunga disputa. San Gennaro era fortemente sospettato di parteggiare per la Repubblica ed i realisti non ce lo volevano proprio sul monumento. La Napoli dei vicoli e delle piazze, gli si era rivoltata contro levandogli ogni prerogativa. Con l’arrivo dell’armata borbonica consacrata a Sant’Antonio, non si parlava adesso che del Santo padovano.
Solo a lui e non a San Gennaro si elevavano inni e preghiere, si chiedevano grazie ed aiuti. Ma la cosa non poteva durare a lungo. Ci pensò lo stesso Ferdinando IV, da Palermo da dove impartiva severi provvedimenti contro i repubblicani sconfitti, a pronunciare, avvicinandosi la ricorrenza del 19 settembre, parole di “distensione” nei confronti del Santo patrono. Del resto i Borbone erano profondamente legati a San Gennaro tanto che Carlo, il capostipite, in occasione dei festeggiamenti delle sue nozze con la principessa di Polonia, Maria Amalia, aveva fondato quello che diventerà “il più importante corpo morale del Regno delle due Sicilie”: l’Ordine di San Gennaro riservato ai capi delle grandi famiglie del Regno e dei fedeli alla dinastia.

 

Il 17 settembre del 1799 il figlio Ferdinando spedì dal capoluogo palermitano una lettera al direttore generale della polizia borbonica
Della Rossa in cui “per ordine del sovrano veniva fissata la zona pedonale nella strada del Duomo”.
Ritrovata da Benedetto Croce nell’Archivio di Stato, la lettera diceva testualmente “Dovendosi nel corrente mese di settembre celebrare la festa nella venerabile cappella del glorioso protettore San Gennaro perché nulla manchi nelle consuete solennità e del solito, vuole il re che si proibisca il passaggio delle carrozze, calessi ed altre vetture per la strada ove esiste la guglia, dalle ore 23 fino alle 4 della notte nei giorni 17, 18 e 19. La Real Segreteria di Stato Giustizia e Grazia partecipa di Real Ordine a S.V. ill.ma affinché ne disponga l’adempimento”. Così San Gennaro venne reintegrato nella sua carica di patrono nonché di capitano generale dell’armata napoletana mentre Sant’Antonio di Padova, di cui una statua lignea seicentesca è conservata in una delle cappelle della Chiesa di Portosalvo, ritornò ai ranghi di compatrono. La pace tra i due santi fu ufficializzata proprio attraverso il bassorilievo allegorico eseguito più tardi sull’obelisco.
Per la verità costituisce un mistero come il monumento sia ancora al suo posto e ancora integro. Dopo che i Borbone dovettero  nuovamente ripiegare all’arrivo dei francesi di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. Ma anche dopo la conquista piemontese del Sud e la furia iconoclasta contro le immagini borboniche. Tanto che Francesco II, nel mentre lasciava Palazzo Reale per recarsi alla estrema difesa del Regno sul fronte del Volturno, dovette assistere alla mortificazione della sostituzione sotto i suoi occhi dello stemma borbonico con quello sabaudo da parte di un solerte farmacista che aveva la sua bottega vicino al largo di Palazzo.
L’obelisco invece, unica testimonianza monumentale della riconquista, restò al suo posto negli anni successivi all’Unità di Italia.
Forse perché sembrò essere, come in effetti era, un simbolo soprattutto religioso. Anche quando, nel 1915, la Chiesa di Santa Maria di Portosalvo e l’area tutt’intorno con l’obelisco piantato lì nelle sue immediate vicinanze, fu incessante meta di migliaia di napoletani che vi si recavano ad implorare il miracolo, un altro miracolo della Madonna, della salvezza dei loro congiunti mandati al fronte della Grande Guerra ai confini settentrionali.
Passarono altri anni, molti altri anni, finché si giunse a Napoli alle celebrazioni del “Bicentenario” del 1799.
La storia, come sempre accade, era stata scritta sino ad allora - fatta salva qualche riflessione più obiettiva - dai vincitori.
Ma ormai andava emergendo una più meditata analisi sulla Rivoluzione Francese e sulle sue conseguenze sullo stesso Regno delle Due Sicilie. E, circostanza culturale quanto mai significativa, anche storici di chiara fama, come Francoise Furet, cominciavano a ricredersi sul valore assoluto della rivoluzione. Fu così possibile a Napoli proporre una lettura più serena e completa, delle drammatiche vicende storiche che avevano contrassegnato la nascita e la morte della “Repubblica Partenopea” e le esecuzioni capitali che dall’una e dall’altra parte l’avevano accompagnata e fatto seguito sino al “ripurgo”. Nel Consiglio comunale di Napoli venne così allora discussa la opportunità di una integrazione culturale che si facesse carico nelle celebrazioni del 1799 di una più ampia e serena valutazione. Due mozioni vennero presentate al governo cittadino: nella prima, dell’11 giugno 1998, si chiedeva che la degradata guglia borbonica
e l’area ad essa circostante venisse coraggiosamente restaurata, anche nel quadro del “sistema” degli obelischi napoletani, impegnando in questa direzione l’Amministrazione comunale. Con la seconda mozione, presentata il 31 marzo 1999, si proponeva il recupero contestuale anche di un altro episodio significativo della memoria storica di duecento anni prima: il ripristino della lapide commemorativa della fucilazione dei fratelli Baccher, già esistente nel cortile del Maschio Angioino e poi distrutta.
In quello stesso cortile, infatti, il 12 giugno 1799, il giorno prima dell’arrivo del Cardinale Ruffo,il governo della morente “Repubblica Partenopea” aveva fatto fucilare sotto l’arco dello scalone che porta alla Sala dei Baroni, i responsabili della “congiura dei Baccher” organizzata contro lo stesso governo repubblicano ed a questo rivelata da Luisa Sanfelice, a sua volta poi giustiziata dai Borbone. L’esecuzione capitale dei martiri borbonici era stata eseguita nei confronti di Gerardo e Gennaro Baccher, e di altri tredici legittimisti,con un “supplizio crudele perché nelle ultime ore del Governo, senza utilità di sicurezza e di esempio”, come scrisse lostorico Pietro Colletta. Scampò alla morte solo don Placido Baccher, perché indossava l’abito talare e poi perché, condannato anche lui a morte,riuscì a fuggire. Ancora oggi, nella Chiesa del Gesù i fedeli pregano sulla sua tomba. Il Consiglio comunale di Napoli il 31 marzo del 1999 esaminò le due mozioni, dopo aver ascoltato l’appassionata loro illustrazione. E, con il consenso anche del Sindaco, li approvò all’unanimità.
Ma, alla luce dei nostri giorni,entrambe le mozioni non sono mai state attuate. Con il risultato che la lapide commemorativa del sacrificio dei Bacchernon non è mai tornata al suo posto.
L’obelisco invece, sempre più degradato e vittima sacrificale assieme alla Chiesetta di Santa Maria di Portosalvo dello smog e dei vandali, ancora aspetta che la memoria storica della città di Napoli venga pienamente recuperata.

 

( testi e foto tratti dal libro " Dalla terra al cielo: le guglie di Napoli", a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa, Napoli dicembre 2003)

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