Appena giovinetto recita in quelle baracche di Zeza, i palcoscenici più miseri di Napoli, tra cui il Petrella che era il peggiore; la sua interpretazione di una macchietta di scugnizzo scritta da Giovanni Capurro, l’autore dell’intramontabile canzone ‘O sole mio, fu decisiva per il futuro del suo teatro, fatto di creature dolenti, uomini, donne, figliole pericolanti e capere. Fino alla Prima Guerra Mondiale si accontentò di lavorare nei caffè-concerto e nei varietà come macchiettista e dicitore di canzoni, lottando duramente non solo per la sopravvivenza, ma soprattutto per affermare la sua personalità di artista. Nel 1918 costituì con la sorella Luisella, cui aveva dedicato la splendida So’ bammenella, sul mondo della prostituzione, una compagnia teatrale che divenne palcoscenico quotidiano delle inquietudini e dei patemi del popolo. I formalisti e i burocrati del tempo non gli perdonarono mai, anche dopo la morte avvenuta nel 1950, di aver contribuito a diffondere nel mondo quell’immagine di Napoli così miserevole e reietta.
Ben poca cosa, rispetto a quella vasta letteratura “spicciola” che per tutto l’Ottocento e l’inizio del nostro secolo era fiorita intorno al fenomeno della miseria e dell’infanzia abbandonata napoletana, in coincidenza proprio con la politica assistenziale del grande internamento. Una vasta produzione di romanzi, racconti e feuilleton investe Napoli, oltre che con il più noto Mastriani, con Lauria, Ferdinando Russo, Del Balzo, e molti altri. In questa letteratura - come fa notare Lucia Valenzi - non mancano mai espressioni di disprezzo e disgusto per questo mondo misero che aleggia nel ventre della città. “... Lo sguardo di questi scrittori è lo sguardo delle classi al potere che se qualche volta è compassionevole e benevolo, il più delle volte è inorridito dalla miseria e insieme allo schifo concepisce la paura”. Paura - come tuttora - di alcuni quartieri e strade, quali la Vicaria, Forcella, ma ancora, di “una corte dei miracoli”, dove miracoli sta per falsi ciechi e moribondi, false donne oneste e vergini più disperate che “pericolate”. Un ambiente particolare in cui la paura in molti di questi romanzi viene sublimata con il folcloristico “... un po’ di sapone, masticato, simula mirabilmente l’epilessia...”, scrive Russo nelle Memorie di un ladro o ancora con spunti umoristici sulle trovate degli accattoni napoletani per fare qualche soldo: “... vecchie cieche e paralitiche che si stropicciano impazienti gli occhi vivaci ridiventati sani...” nel racconto I pezzenti. Per arrivare - prosegue la Valenzi - all’orrore per la mendicità molesta: “... uomini, donne, fanciulli, vecchi, sani, malati, hanno un solo scopo: l’avidità”, si legge in un altro passo delle Memorie di un ladro. Del resto il problema della mendicità, dopo il 1860, aveva coinvolto lo stesso Consiglio Comunale in cui si parlava di “migliaia di mendicanti che per commuovere gli animi dei cittadini mostrano schifosissime piaghe vere o procurate, chi bimbi sparuti, abbandonati e quasi moribondi per lo più presi in fitto da chi faceva di essi turpe mercato”. Una messinscena descritta con toni pittoreschi da Antonio Ranieri, nel suo romanzo-denuncia Ginevra o l’Orfana dell’Annunziata, in cui la piccola Ginevra, la protagonista - come altri bimbi del brefotrofio - sarà costretta suo malgrado a prestarsi. Il libro di Ranieri, come quello di Mastriani, La Medea di Porta Medina, in cui, quest’ultimo definisce “un mercato di bestie” quello che si faceva delle fanciulle da maritare nella festa dell’Annunziata, costrette dalla Santa Casa ad unirsi a “schifosi e luridi vecchi”, suscitarono a quel tempo aspre critiche, tra cui quelle di Carlo Conte, il quale affermò a difesa della pia Istituzione, che questi romanzi “siano pure storici o appiccicati a leggende storiche” non hanno altro scopo che quello di “mettere a nudo diverse abitudini per screditare il popolo di Napoli e portare disonore ai loro governi”, sottolineando che per quanto riguarda questi ultimi, certamente il giudizio va attribuito agli storici. Quanto alle abitudini plebee, “son dolente che un napolitano come Mastriani ne meni tanto romoroso scalpore per ottenere il plauso, visto che le plebi dovunque da secoli hanno mantenuto e mantengono abitudini che alle classi più elevate spessamente fanno arricciare il naso”.
L’infanzia abbandonata comunque è un tema caro a tutta la letteratura, soprattutto quella europea, che mostra anche qui un ambiguo sentimento borghese nei confronti dei “figli della colpa”. Dall’Oliver Twist di Charles Dickens, al Sans Famille di Malot fino al The People of Abyss di Jack London, in cui si ha davanti un protagonismo polimorfo del trovatello, simbolo di una infanzia, come nel caso di Oliver Twist, di una classe sociale che educa i figli attraverso una “letteratura a suo uso e consumo”, costellata di piccoli eroi, di buoni sentimenti, sebbene orfani o trovatelli, che conservano intatta la loro innocenza, facendola alla fine trionfare, pur tra mille peripezie e vivendo negli infimi slums di Londra. Il piccolo Oliver, infatti, trovatello e allevato in un ospizio di mendicità, fuggito a Londra, dopo tante disavventure e cattive compagnie, riuscirà a non diventare un malfattore e a trovare un padre adottivo nel buon Brownlow. Anche il cinema neorealista con Rossellini e Vittorio De Sica e poi quello déraciné di Truffault e Vigo, non riesce a sottrarsi al fascino di questo immaginario infantile: come nella letteratura, viene fuori sempre l’immagine di un bimbo povero, senza radici (come in Sciuscià), addirittura senza odore, come nel romanzo di Patrick Suskind, Il Profumo (in cui il trovatello Grenouille viene restituito dalla balia cui è stato affidato perché non ha “l’odore tipico dei neonati”) e che lotterà per sopravvivere, anche sotto il peso della guerra (ciò che accade in Sciuscià), per trovare la sua identità, il suo “specifico”, trasformandosi alla fine in un piccolo eroe che piega a sé il cuore chiuso degli uomini.
La mediocrità e la miseria del tempo a Napoli colpirono i sentimenti di un altro grande della cultura, Giovanni Ca?purro, il già citato autore de ‘O sole mio, un uomo definito ingiustamente di “media cultura ma dal cuore immenso come la semplicità del suo pensiero”. Anche lui guardò a quel mondo di miserie, cantandolo, attraverso la sua schietta parlata vernacola, con tutte le sue ingiustizie, le sue vicende grottesche e le sue tristi figure. Nelle sue Car?duc?cianelle, che ispirarono anche Pranzo ‘e beneficenza e Carità, non poteva mancare il trovatello dell’Annunziata in cui lo sguardo compassionevole del poeta penetra Dint’ ‘o Sta?belimento d’ ‘a Nun?ziata restando colpito da una scena di dolore che provocò appunto i versi de ‘O fi?glio d’ ‘a Ma?donna. Il poeta aveva incontrato un piccerillo di tre anni, “tantu bello ‘e faccia, tan?to cuieto, va sapenno ch’era ciunco e cecato...” nel gior?no della festa dell’An?nunziata, quando il brefotrofio apriva come d’usanza le sue sale alla visita del pubblico. Il piccolo stava “cu ‘na siggiulella, ‘na mana appesa, n’ata nzino, e ‘a capa ncoppa ‘a ’nu scanno: ... pareva che durmeva”. Capurro si chiede pietosamente “... a chi penzava accussì piccirillo, penzava ‘a mamma? Ma che ‘nne sapeva si sta parola nun l’aveva mai ’ntisa... vedeva forze ca pur’isso steva p’ ‘a mala sciorta iettato llà dinto?”. Il bimbo infatti non ne poteva sapere niente perché “‘o iuorno, ’a notta, sempe ‘a stessa cosa: era cecato. Chella faccella tanto appuccundrosa era nu segno! Ll’anema parlava, senza parole dint’ ‘o ghianco ‘e ll’uocchie. Poveru figlio! Chillu criaturiello era ‘na pena!”. Non è azzardato dire che i versi soffusi di umanità di Capurro furono dettati dalla visione della tela di Gioacchino Toma che ne ritrasse lo stesso dramma umano ne La guardia alla ruota dei trovatelli, esposta oggi alla Galleria Nazionale di Roma: nel fondo la ruota, sul lettino il bimbo abbandonato, contro il muro. Forse piange, ma il suo pianto innocente pare non commuovere le due donne addormentate, indurite dall’abitudine alle miserie umane. Anche Toma era orfano, crebbe negli stanzoni angusti dell’Ospizio dei Poveri di Giovinazzo, vicino Lecce, esprimendo, sin da piccolo, la solitudine della sua vita nel disegno e nella pittura. Dalla Puglia, a metà dell’Ottocento, sbarcò a Napoli offrendosi a servizio di un pittore di natura morta che era un certo Gennaro Guglielmi, con bottega sulla strada del Museo. Toma ebbe una vita piena di amarezze e stenti, di oppressioni e ribellioni che lo portò anche a partecipare all’onda liberatoria di Gari?baldi, ma rientrato a Na?poli - come egli stesso scrive nei suoi Ricordi di un orfano - “... non trovai più nulla della mia roba perché l’amico mio cui l’avevo lasciata era morto e i parenti si erano impadroniti di tutto... Compratomi allora il necessario, mi sistemai in una stanzuccia e ricominciai a studiare e dipingere...”. E sarà la sua miseria e profonda solitudine in cui morì nel 1891 a illuminare la sua pittura, monda da ogni retorica (da Il viatico dell’orfana, a Luisa San Felice nel carcere, e Romanzo in convento). Una creatività e un sentimento, quindi, che questi artisti del popolo fecero assurgere a vera arte e che si plasma, si colora, diventa materia quasi celestiale, nelle realistiche sculture di Vincenzo Gemito che, insieme al suo amico pittore, Antonio Mancini, anche lui orfano, visse sin dalla fanciullezza i momenti della pazzia e dello sdegno, della remissività e della speranza, in questa continua rappresentazione dello scugnizzo napoletano. Figlio di tutti i tempi che la Storia continua a restituirci in mille forme.
tratto da ‘ La Rota degli Esposti’ a cura di Patrizia Giordano, Altrastampa, II° ristampa, Napoli maggio 2004
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