Il matrimonio era stato celebrato il 28 aprile 1586, quindi solo quattro anni prima, nella chiesa di San Domenico Maggiore. Maria d’Avalos, reduce da due vedovanze, quella di Federico Carafa dei marchesi di San Lucido e l’altra del marchese di Giulianova, Alfonso Gioeni, era considerata una delle donne più belle della città, come, del resto, in ambito maschile, il suo giovane amante. Quest’ultimo fu ucciso, all’ingresso del talamo coniugale, da due colpi di arma da fuoco mentre Maria fu sgozzata e colpita più volte da un’arma da taglio. I corpi dei due amanti erano stati poi esposti al pubblico ludibrio lungo le scale d’ingresso del nobile palazzo. I delitti d’onore non erano rari nel Regno di Napoli, con modalità generalmente violente, ma questo duplice assassinio divenne certamente il più celebre e varcò i confini del Regno stesso, per le caratteristiche criminali, per l’autorità delle nobilissime famiglie coinvolte, ma anche, e soprattutto, per un’aneddotica, che ricevé una ciclica consacrazione letteraria da parte di autori del tempo ed oltre, i quali alla vicenda d’amore e di morte dedicarono pagine degne di essere, seppure rapidamente, ricordate. Torquato Tasso aveva celebrato in versi, carichi di referenti astrologici e mitologici, l’incomparabile bellezza, esteriore e interiore, di Maria D’Avalos, in vari componimenti: Questa del puro ciel felice imago, Era sparsa la gloria e ‘l chiaro grido, e non aveva trascurato di esaltare la nascita di Emanuele, figlio di Maria d’Avalos e Carlo Gesualdo, in Lieto presagio di leggiadra vista. Il rapporto di devozione del poeta nei confronti di Carlo è, dunque, documentato da una fitta serie di Rime, che vanno oltre lo stesso matrimonio con Maria d’Avalos, per coinvolgere, dopo l’atroce fatto, il nuovo legame nuziale che lo unì a Eleonora d’Este, testimoniato dalla canzone Lascia, o figlio d’Urania, il bel Parnaso. Il rapporto tra il poeta e il musicista fu intenso, nel segno di una collaborazione, che avrebbe prodotto risultati degni di particolare rilievo, soprattutto in quel genere madrigalesco, di cui Tasso e Gesualdo furono maestri. Basti citare i ben trentasei madrigali, che Carlo richiese espressamente a Torquato nel 1592, due anni dopo l’efferato delitto. Quest’ultimo riceve piena consacrazione letteraria nel sonetto Alme leggiadre a meraviglia e belle, che accompagnava una lettera sul tragico evento, dell’11 novembre 1590, quasi un mese dopo il suo compimento. Il riferimento, quasi inevitabile, all’autorevole episodio dantesco di Paolo e Francesca, com’è stato ben notato, viene nel componimento successivo in qualche modo ribaltato dal suo sensibilissimo e acutissimo autore, il quale non solo assolve i due amanti, ma proietta addirittura la loro vicenda sullo schermo di un’apoteosi amorosa. L’Inferno di Dante, insomma, si trasforma nel Paradiso di Tasso, il quale conferma il forte abbandono nei confronti di un Amore, che non conosce confini e convenzioni e che, pur risentendo dell’ineliminabile influsso astrologico, si espande in tutta la sua bellezza e compiacenza. Altri due sonetti: Piangete, o Grazie, e voi piangete o Amori e Poiché d’un cor due amiche amanti voglie, confermano lo spazio metaforico e mitologico, che il poeta costruisce sul tragico evento, nel nome di un Amore, ancora una volta costretto a misurarsi con il suo classico e complice referente, la Morte, che su di esso trionfa. Sulla linea del Tasso, si muovono altri rimatori, sempre più invaghiti della concettosità barocca che la terribile vicenda mostrava di evocare. Giulio Cesare Capaccio, in Notte che infausta il tenebroso orrore, non può così fare a meno di criticare negativamente la violenza criminale di Carlo, il quale provocò << l’Inferno ove era il Paradiso >>, mentre Giovan Battista Marino non può non soffermarsi su quel Paradiso di sonno, che diventerà morte, in “Oscura notte, il nero vel disteso, traea per l’aria in tenebroso orrore, e di sudore amoroso, condannato a trasformarsi tragicamente in rosso sangue, in De’ congressi già stanchi in grembo accolti. La storia dei due amanti, sorpresi in adulterio e violentemente trucidati, si impresse nell’immaginario collettivo di una città, nata per raccontare, tra mito e realtà, se stessa. I suoi scrittori continuarono ad essere fortemente impressionati da questa vicenda di amore e morte, tra questi piace ricordare Alberto Consiglio, che alla vicenda dedicò il suo dramma Gesualdo ovvero assassinio a cinque voci. La “storia” non restò nei confini della città e del Regno, ma fu adottata anche da autori stranieri, come Anatole France, che, ne Les Puits de Sainte Claire, dedicò all’episodio un significativo spazio memoriale. Piazza San Domenico Maggiore, con la sua storica chiesa; Palazzo San Severo, con la sua nobile severità, la guglia, simbolo avvincente di una religiosità popolare intrisa d’antiche memorie pagane. Luoghi che continuano a tramandare l’immagine di una città, che, tra pubblico e privato, tra sacro e profano, sperimenta la sua vocazione ad una natura esuberante, che si fa cultura, attraverso spericolate mediazioni, che la letteratura napoletana ed europea ciclicamente documentano
“ Storie di amore e sangue nel Palazzo Sansevero” di Francesco D’Episcopo tratto dal libro associativo” 15 anni +1 di Incontri Napoletani”, Napoli, dicembre 2008.
*Docente di Letteratura e Filologia all’Università Federico II° di Napoli, noto critico letterario, cultore del buon vivere civile, è socio onorario di Incontri Napoletani e componente del Comitato scientifico.
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