Un Palazzo-Città

di Francesco D'Episcopo*

All'estremo lato destro di piazza San Domenico Maggiore, venendo da Mezzocannone, la strada universitaria per eccellenza, si erge, soleggiato a mezzogiorno, uno dei palazzi più viventi di Napoli, per il numero delle famiglie che lo abitano e affollano, per le attività artistiche, artigianali, editoriali, che accoglie. Il giovane portiere, sempre disponibile e sorridente, incarna una razza tutta napoletana, di affabili e amanti custodi di una vita, che congiunge intimamente, intensamente le voci vive del presente con quelle mai spente di un passato.

Che Napoli continua a sentire pulsare con la domestica e familiare quotidianità che la caratterizza, nella difesa ad oltranza di una cronaca, che si appella alla forza delle opere e dei giorni, al loro racconto di gesta geniali, ma abituali per una città, che del "genio", in tutte le sue varianti - compreso quello ancestrale e antropologico "del luogo" - propone ciclicamente una lezione teorica e storica di fantasia e piacere.
Non possiamo dimenticare che siamo nel corpo di Napoli, affidato alla statualità di un fiume orientale, immenso e ferace, il Nilo. La Napoli dei misteri qui innalza i suoi palazzi di culto, di cui quello Sansevero rappresenta l'espressione più compiuta e complessa per i personaggi emblematici che ha ospitato, per le vicende talvolta eclatanti che ha visto svolgersi nelle sue segrete stanze. Uno scrigno imprevisto e inedito di vite e di morti, che hanno segnato nel profondo la storia di una città spettacolare, come Napoli, sperimentatrice di percorsi proibiti, che in questo palazzo e in annessi edifici hanno avuto modo di manifestare il loro suggestivo sortilegio. Di qui la conseguente letterarietà, in chiave di narrazione sopra le righe, di vicende legate a personaggi e fatti eccezionali che ancora continuano ad esercitare una fascinazione in quell'immaginario collettivo, di cui palazzo Sansevero conserva e custodisce le cronache.
Il superbo portale, il fatto architettonico esternamente più notevole, che nel 1621 Vitale Finelli rifece - su disegni di Bartolomeo Picchiatti - si erge nobilmente grandioso e sembra persino sfidare,frontalmente, l'abside della chiesa di San Domenico. Un edificio sacro, carico di spiritualità, ed un altro laico, percorso, come si vedrà, da presenze inquietanti, si innalzano a breve distanza, quasi a contendersi il destino di una città purgatoriale, in cui il sogno del sacro e chiamato storicamente a misurarsi con il forte richiamo dell'umano, uno sconfinamento dai limiti, che nella figura di Raimondo di Sangro rinviene il suo eretico emblema. E alla famiglia di questo straordinario personaggio sono più intimamente congiunte le vicende architettoniche del palazzo. La sua costruzione, infatti, risale al secolo XVI, quando, secondo la tradizione, su disegno dell'architetto Giovanni Merliano da Nola, vi stabilì la propria sontuosa dimora Paolo di Sangro, principe di Sansevero, dell'antica e autorevole famiglia discendente dagli lustri conti dei Marsi. Subì, come la maggior parte dei palazzi napoletani, metamorfosi e modifiche, come quella, segnalata, nel secolo XVII, del portale del Finelli, ma le opere più significative di ampliamento e ammodernamento furono dovute al più celebre dei Sansevero, quel Raimondo, che dal 1711 al '71 attraversò il Settecento napoletano, lasciando segni genialmente inquietanti del proprio passaggio. Su di lui sono stati profusi fiumi d'inchiostro e quest' ultimo sembra persino essere impresso dall’aldilà in una presenza che va oltre la stessa vita. Egli fu una sorta di negromante napoletano, che segnò il destino del suo palazzo, impiantandovi una tipografia, che stampava simultaneamente a colori; riproducendo persino a domicilio il miracolo di San Gennaro.
Questi rapidi cenni possono lasciare immaginare in quale preoccupata considerazione un simile personaggio fosse tenuto dalle autorità ecclesiastiche. La cappella Sansevero (ubicata in un vicolo adiacente) di cui Raimondo si fece artefice, detta la Pietatella, riesumava l'immagine volterriana del principe laico, votato ai fastigi del proprio cervello. Il Settecento fu il secolo in cui il palazzo subì radicali trasformazioni. Secondo la studiosa Marina Picone, alla quale si deve un pregevole studio sulla cappella, i bassorilievi dell'androne del palazzo sarebbero opera di Giuseppe Sammartino. Si deve però desumere che i costruttori che lavorarono all'edificio in quell'arco di tempo non furono particolarmente analitici nei calcoli e nella scelta dei materiali, dal momento che il 22 settembre 1889 l'ala sinistra crollò, distruggendo il cavalcavia che collegava gli appartamenti con la cappella del principe e le stanze affrescate da Belisario Corenzio, che riproducevano le glorie della famiglia di Sangro, a cominciare da quell'Oderisio, abate di Montecassino nel secolo XIII. Altri danneggiamenti furono causati a palazzo Sansevero dai terribili bombardamenti del 1943 che coinvolsero duramente anche la chiesa dei Padri Domenicani. La storia e la leggenda del principe di Sansevero si incidono nello spettro di una nobiltà meridionale e napoletana non inerte, ma inquietamente protesa, talvolta, a sperimentare nuovi orizzonti creativi e critici, come accadrà, ad esempio, al Gattopardo Fabrizio, principe di Salina, di indagare i misteri dei cieli.
Ma una vicenda, questa volta, eclatante, legata al nobilissimo universo napoletano, aveva, il 26 ottobre 1590, segnato indelebilmente la storia di questo palazzo, fornendo fecondo materiale alla fantasia popolare e a quella letteraria, che vide quasi reincarnarsi la memorabile avventura di Paolo e Francesca. Ecco come andarono i fatti: in quel periodo, un appartamento del palazzo era occupato da don Carlo Gesualdo, principe di Venosa, celebre madrigalista, tornato in auge nel nostro tempo, a partire dal centro irpino che porta il suo nome. Gesualdo aveva come moglie la bellissima Maria D'Avalos, vedova di Ferrante Carafa, marchese di San Lucido, la quale si invaghì del trentenne Fabrizio Carafa d'Andria, paragonato ad Adone per bellezza e a Marte per bizzarria, e non si preoccupò eccessivamente, presa dalla passione, di riceverlo ripetutamente nel talamo domestico.
Gesualdo, venuto a conoscenza dei continui tradimenti della moglie, finse, secondo un classico copione, di andare a caccia e, avvertito nel momento del dolo da persone fidate, fece irruzione nella camera da letto e con ferocia altrettanto passionaria uccise gli amanti a pugnalate. I due corpi per ventiquattro ore furono esposti sulle scale del palazzo agli occhi della città, stravolta dalla notizia dell'accaduto, poi il corpo di Fabrizio fu offerto alla pietà del gesuita padre Mastrilli, mentre quello di Maria alle cure delle zie, marchesa di Vico e duchessa di Traetto. Vasta e profonda fu la risonanza del truce fatto di sangue, come documenta una fertile tradizione letteraria, che parte da Torquato Tasso, testi¬mone privilegiato del tempo. Basterebbero le notizie sinora fornite per garantire al palazzo Sansevero una specifica eccezionalità. Gli esperimenti sacrileghi di don Raimondo, la passione insana di Fabrizio e Maria, atrocemente interrotta da Gesualdo, costituiscono trame avide e ardenti di una nobiltà napoletana, che nei propri palazzi ha scritto pagine incancellabili di vita e di morte.
C'e, a volte, una mitica fedeltà dei luoghi alla propria vocazione. Si è detto che il principe Raimondo di Sangro aveva installato nel palazzo una tipografia; si dovrà assolutamente ricordare che il formidabile trittico Vico-De Sanctis-Croce si e, per una esemplare combinazione del destino, radicato in queste strade.
Mescolando le carte della storia, si giunge a una casa editrice, che ha onorato Napoli e Mezzogiorno e che a palazzo Sansevero ha concluso - ma sarebbe auspicabile dire interrotto - la sua lunga e gloriosa attività, iniziata nel 1849: Morano. Un nome, che evoca una famiglia di editori, raccontata puntualmente da Luigi Mascilli Migliorini in un denso volume, con intensa presentazione di Fulvio Tessitore e con un interessante inedito di Pietro Piovani, che è stato negli anni Sessanta-Settanta uno dei suoi più ardenti animatori. La saga editoriale dei Morano, con le estreme punte generazionali di Antonio e Alberto juniores, conferma carattere fortemente familiare di molte intraprese napoletane, le quali si caratterizzano per la continuità di sangue che riescono a protrarre, quasi riproducendo un piccolo reame. Ai Morano Napoli e il Mezzogiorno, spesso impermeabili alle memorie, devono molto, come, ad esempio, per rimanere ad un ambito ristretto a questo discorso, l’aver dato ampia e autorevole voce al trittico filosofico-letterario menzionato, che si e aggirato in quel corpo di Napoli, in cui pulsa il cuore della città.
Nel palazzo, oggi, una nuova, promettente editrice, Graus, pubblica libri e strizza l'occhio all'arte che ha dentro casa, grazie alla presenza fervidamente creativa dello scultore Lello Esposito. Nelle antiche scuderie del palazzo, Lello, ha ricavato il suo atelier, affollato di presenze realisticamente surreali. L' antropologia del quotidiano affonda le radici nei fondaci di un'umanità sommersa, che riemerge con inedita virulenza, tra ambiguità ed antagonismi, ad affermare i propri diritti ad esserci. Dentro ed oltre questa natura estrema, l'arte di una Napoli, che si figura la propria natura, impareggiabile e inimitabile, vulcani-camente sulfurea e, come tale, soggetta ad una umoralità viscerale, evoca ataviche negromanzie, tra ragione e suggestioni, nella voglia di catturare l'assoluto che si cela nel ventre umido della città. Un filo rosso lega la inquieta sperimentazione di questo artista, che mai si accontenta e si placa, al genius loci di un palazzo, le cui stagioni vibrano come ritmo pulsante di storia e mistero. E l'accordo di voci e di parole di un tempo che fu, resiste nelle produzioni artigianali e musicali della rinomata ditta Calace, che opera dal 1825 e che fabbrica, rigorosamente a mano, mandolini, mandole, mandoloncelli, esportati in tutto il mondo, e della più giovane Liutarte.
Sembra inverosimile, ma utilizzano ancora forme di legno stagionate, risalenti a volte a cento anni fa, sulle quali vengono disposte quelle "37" sottilissime doghe di acero che costituiscono il cuore, anzi l'anima di un mandolino napoletano. Un cantiere, dunque, palazzo Sansevero, in cui arte e artigianato recuperano la loro matrice manuale per conservare e tramandare un patrimonio inalienabile di civiltà. Gli antichi suoni della nostra città continueranno ad emanare bellezza e grazia, felicità e nostalgia, allegra malinconia, nell'esaltazione di quel sangue misto e tumultuoso, che segna il nostro seme e la nostra storia. Palazzo Sansevero offre, in tal senso, una mappa preziosa per ripercorrere i tragitti di un passato, che mostra tutta la sua forte persistenza in un presente, che di esso si nutre e si avvalora.

Tratto dal libro “Piazza San Domenico Maggiore in scena” (versione italiano/inglese), Napoli, maggio 2006.

*Docente di Letteratura e Filologia all’Università Federico II° di Napoli, noto critico letterario, cultore del buon vivere civile, è socio onorario di Incontri Napoletani e componente del Comitato scientifico.

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