Focus

di Patrizia Giordano

In questo clima di esplosione creativa, riflesso di una cultura giovane e tecnologica in perenne evoluzione, si inserisce a pieno titolo la prima personale di Roberto Mango “ SEAnes” che si è svolta nel foyer del Palazzo delle Arti di Napoli.

Dopo un periodo trascorso a Londra, affinando tecniche e appropriandosi dei linguaggi più diversi per dotarsi di uno slang del tutto personale, il giovane fotografo napoletano è tornato fra le braccia della città matrice, grazie a questo progetto nato per caso in un giorno dell’estate scorsa in cui mette in campo il doppio codice dell’immagine e della parola: un corpus di diciotto opere di grande e medio formato dove l’artista ritrae scene di vita quotidiana che si svolgono - come i fotogrammi di un film in bianco e nero - nelle acque trasparenti di un mare senza tempo né spazio, appena “disturbato” solo da piccole figure umane riprese da lontano e da un unico punto. Silhouette luminose che paiono galleggiare, nuotare, volare, camminare dentro e sull’acqua. O semplicemente sulla luce.

Una straordinaria fusione dell’umano con la materia ottenuta dall’artista con l’appiattimento prospettico, eliminando margini e contorni e puntando solo al contrasto. Luce e ombra, animato e inanimato, immobilità e movimento. Da qui il titolo dell’opera nel suo complesso,“SEAnes” nata dall’unione di ”scenes” scene e “sea” mare. “ Con questo progetto - dichiara Mango - voglio stimolare la fantasia e l'immaginazione di ogni singolo osservatore. La mia ambizione - aggiunge - è che ogni scena sia completa solo con l’apporto creativo di chi la osserva”. Vale a dire ,come sosteneva Kant, che ognuno di noi vede la realtà attraverso delle lenti colorati, così ciascuno, in quello stesso "pozzo" di mare, appena increspato, può vederci il mondo a modo suo.

Un gioco dell’immaginazione, che intriga, diverte, convince. Ad accompagnare questa “mise en scene” a volte surreale od onirica, a volte poetica, i testi del libro scritti da un osservatore esterno, il giornalista Carlo Nicotera . Parole ribelli, ricche di humor e sapienza filosofale. Un vero divertissement che stimola la percezione visiva.  ” Non didascalie o descrizioni ma voci di dentro - precisa Nicotera - che da quella anime vaganti sul e nel mare salgono verso lo sguardo del fotografo come ipotesi di pensieri, vite e storie”. Ipotesi, però, solo ipotesi.

Grande affluenza di pubblico da " Iocisto"( la libreria di tutti) in Via Cimarosa al Vomero per l'incontro culturale sul tema “La musica come riscatto sociale” a cura del sociologo e critico d'arte Maurizio Vitiello. Alla serata di domenica sono intervenuti Tony Cercola, musicista, percussautore; Antonio Sposito, presidente Associazione Nazionale Sociologi ( Campania), Angela De Gregorio, sociologa e cantautrice; Marta Porzio e Fabiomassimo Poli della Associazione ScalzaBanda.

" Vari percorsi, diversi tragitti, innumerevoli traiettorie hanno permesso di evidenziare la “musica come riscatto sociale'' - spiega Maurizio Vitiello che ha moderato l'incontro -  Compositori, cantanti, musicisti hanno lavorato con la musica e per la musica trovando alimento per cambiare la propria vita e per offrire al territorio napoletano, e non solo, una diversa immagine di creatività.

La  musica napoletana è un cuneo profondo nel panorama internazionale - sottolinea Vitiello - ; nessuna altra città al mondo ha realizzato un patrimonio musicale esteso e, per  molti tratti, inossidabile e oggi di grande richiamo nelle variazioni contemporanee, anche con echi di altre latitudini. La passione per la musica di tanti partenoipei ha permesso di fortificare e corroborare una storia di una passione, che è diventata anche sentiero di vita e punto di riferimento nella dimensione sociale."

 

L'amore inconsapevole ed improvviso di Incontri Napoletani per donna Teresa d'Avila, un piccolo dardo che colpisce al cuore. La riformatrice spagnola dell'ordine dei Carmelitanti scalzi, colei che Urbano VIII nel 1627 su domanda dell'Episcopato, del re e di tutti i signori di Spagna, elevò a patrona del regno che le aveva dato i natali il 28 marzo del 1515. Quest'anno si celebra il cinquecentesimo anniversario della nascita di questa castigliana di nobile famiglia, "pellegrina" in terra di Spagna, che per il divino, ma non meno per l'umano, cioè per amore verso Dio ma anche verso l'umanità, camminò e cavalcò, edificando chiese ed erigendo carmeli, nei suoi ultimi quindici anni, in un lungo itinerario iniziato cinque anni dopo aver creato il suo primo monastero, quello di S. Giuseppe d'Avila. Vent'anni di attività, vicende di ogni genere, duri percorsi sotto il sole o la neve, nella pioggia e nel vento, tra visioni, cadute in disgrazia e sofferenze, dai suoi 47 a 67 anni di età, dei quali 21 solo nella Riforma carmelitana, finchè la morte non la troncò ad Alba de Tormes, il suo ultimo viaggio terreno( 4 ottobre 1582).

Teresa di Gesù, amata "dal volgo napoletano", per grazia ricevuta durante i moti popolari del 1647, sedici anni dopo ( 1664) venne proclamata per acclamazione dal Parlamento generale compatrona di Napoli e del Regno. In occasione del suo V centenario della nascita, il sodalizio partenopeo affiancato dalla Linvea industria vernici di Daniza Buonoscontro e Beniamino Scarano e la Giovanna Izzo Restauri avvia i lavori di ripristino della statua marmorea posta sull'altare maggiore della chiesa di S. Teresa a Chiaia, gioiello dell'arte barocca napoletana, riedificato ed ampliato alla metà del Seicento da Cosimo Fanzago, autore della stessa effige che mostra la santa Madre in estasi dinanzi a Dio.

E per l'avvio dei lavori condotti sotto l'alta sorveglianza della Soprintendenza speciale per il PSAE e il Polo museale della città di Napoli, domenica 19 ottobre, in una mattinata dal sapore primaverile, si è svolta una visita guidata tra le meraviglie barocche del cavalier Fanzago e le pennellate di Luca Giordano, Giacomo Farelli e Paolo de Matteis alla scoperta di una donna di Dio, nata per percorrere le vie del mondo senza confini, distribuendo il nutrimento vivo, il pane inesauribile della sua parola e dei suoi scritti. Non a caso donna Teresa d'Avila è la protettrice degli scrittori e di tutti coloro che hanno dimestichezza con la penna.

Con padre Luigi Borriello, priore ocd della chiesa di S. Teresa a Chiaia, c'erano tra gli altri Fernanda Capobianco della Soprintendenza speciale polo museale di Napoli, Carmela Maietta, Giovanna Izzo, Daniza Buonoscontro Scarano, Pasquale Esposito e Gabriella Marotta, Nino Leone, Vincenzo Giunta, Francesca Napolitano, Lucio Mirra, Marilu D'Auria, Flora e Francesco Grande ,Enzo Del Genio e Rosa Carelli, Luciana Rollo Bancale, Il Cerchio Napoli, Giulio Rolando, Paola Franchomme, Rosetta Rossi Lando, Emilio e Fabrizio Cesare, Tai Nicolella, Maurizio e Barbara Conte, Teresa Mangiacapra, Umberto T. Vocaturo, Alma Repetto, Paola De Ciuceis Lombardi, Marina Stefanile, Mimma Sardella, Graziella Massara, Maria Vittoria Galateri, Armida Parisi e Pasquale Malva, Mariano Grieco, Nucci Giustino, Vera e Serenella Del Papa, Saverio Langella e Annalisa Mollo, Massimo, Teresa, Riccardo e Antonella Rosi, Cristina Franzino e Peppe Cagnazzi, Lello Esposito, Alberto Izzo e Laura De Lorenzo, Ferdinando De Blasio e Maria Taranto, Anna Silvestri Mercadante, Silvana Squadrilli Maiello, Gloria de Arcangelis, Pino Letizia, Mige de Palma e Armando Balice, Giulia e Antonio De Luise, Nunzia Cosenza Troise, Carlo De Pascale e Teresa Albiosi, Mario Mascolo e Emma Cinque, e poi lei...Tina Giordano Alario, l'indimenticabile fondatrice di IN.

L'incontro si è concluso con un vin d'honneur offerto dai Padri carmelitani nel piccolo chiostro attorno al quale è ancora articolato il convento, aperto eccezionalmente agli ospiti.

di Patrizia Giordano

Mani grandi, forti, nodose come quelle di un uomo coraggioso dal cuore duro, dotato di resistenza e audacia. Per S. Teresa d'Avila la debolezza delle donne ( " non c'è donna che non sia senza malanni" ripeteva a se stessa con ironia) è ricordata anche come sfida per spronare a non farne conto. ".. io vorrei figliole mie - scrive nella sua Autobiografia - che non foste e non vi mostraste donnette in nessuna cosa, ma uomini forti. Se sarete fedeli ai vostri obblighi, il Signore vi darà animo così virile da far spavento agli stessi uomini giacchè è tutto possibile a Chi ci ha tratto dal nulla".

E al cavalier Fanzago non parve proprio vero di trasferire nel marmo la forza e l'audacia di questa donna di Dio che come un Don Chisciotte camminò e cavalcò sulle strade della Castiglia, della Mancia, della Andalusia, edificando chiese ed erigendo carmeli, progettando una nuova forma di vita monastica più vicina all'antica e originaria maniera, più povera e rigida, più fraterna ed esemplare. Giusto nel 1664 l'artista lavorava di lena alla statua marmorea di Teresa collocata sull'altare maggiore dell'omonima chiesa di Chiaia, da lui stesso riedificata ed ampliata grazie ai contributi di diverse nobili famiglie napoletane tra cui quella della nobildonna napoletana Isabella Mastrogiudice e del vicerè conte di Onnate e di don Gaspare Bracamonte, conte di Pegnaranda " affezionato molto all'Ordine de' Scalzi".

E' l'anno in cui Teresa di Gesù il 4 aprile per opera del frate carmelitano Vincenzo della Croce, confessore di Anna di S. Bartolomeo, fedelissima segretaria ed infermiera della riformatrice spagnola, veniva proclamata dal Parlamento generale patrona e protettrice di Napoli e del Regno.

Fanzago si accosta alla scultura alta più di due metri con la prontezza e la vivacità del forgiatore della materia, attento agli effetti chiaroscurali, particolarmente accurato nella scelta dei marmi con colori differenti che una volta accostati simulavano movimenti della stessa superficie. Riprende Teresa estatica dinanzi a Dio: una contemplazione intrisa di amore, di esperienza dell'umanità del Verbo, di coinvolgimento di tutta se stessa. L'ovale del viso luminoso e pieno, gli occhi grandi rivolti verso il cielo ma molto ben disposti, il naso piccolo che s'affina là dove cominciano le sopracciglie lievemente arcuate,la figura un poco superiore all'altezza media ed il ricco e lungo drappeggio delle vesti. Una scultura in cui prevale la vibrazione del cuore più che i colpi di vuoto dello scalpello.

Curare ogni dettaglio, ogni elemento che poteva spaziare nell'arte pastica a lui tanto cara, era una tentazione più che una imposizione della committenza. Quanto, infatti, felice sia l'espressione artistica che Cosimo rivela nelle sue composizioni di piccola statuaria - dove è evidente la duttilità materica - è ben noto agli storici e agli studiosi del tempo. Le soluzioni compositive spaziano dagli effetti pittorici, vera ricerca dell'estetica barocca, alle studiate tecniche che supportano il lavoro più specificamente scientifico che svolse da architetto.

Del resto l'organizzazione artigianale della sua bottega, composta da una vasta schiera di marmorai, lavoranti ed apprendisti, gli permetteva di preparare le sculture necessarie molto tempo prima della messa in opera; un espediente che serviva al Bergamasco anche per riscuotere " anticipi" piuttosto notevoli dai diversi committenti con i pezzi sculturali già eseguiti e dei quali preparareva il bozzetto seguendone da vicino la realizzazione. E' assai probabile quindi che la statua di S. Teresa fosse già pronta prima del 1664, anno dell'inaugurazione della chiesa di Chiaia, sebbene la consacrazione non pose fine alla sua vicenda costruttiva: nel 1688 un rovinoso terremoto danneggiò gravemente l'aula rendendo indispensabile il restauro così anche la facciata fu completamente rifatta

Fa da sfondo alla statua marmorea di S. Teresa sull'altare, il dipinto di Tommaso Fasano ( La Trinità) posto alla spalle, nella zona del coro, con il Cristo benedicente avvolto in un manto azzurro, a destra l'eterno Padre che impugna lo scettro e più sopra lo Spirito Santo in forma di colomba in una luce diffusa e una schiera di angeli a sorreggere la scena eterea.

 

di Riccardo Rosi

Dibattito al Pan sulla grandiosa costruzione settecentesca dell’Albergo dei Poveri, organizzato da Incontri Napoletani - e fondato dalla nostra compianta Tina Giordano Alario - in occasione del suo ventennale ed al quale hanno partecipato alcuni docenti di architettura e progettisti che, a vario titolo, si sono occupati dell’edificio per confrontare idee e proposte sul presente e futuro del grande monumento. Introdotti da Patrizia Giordano, attuale presidente di Incontri e coordinati dalla critica d'arte Mimma Sardella, sono intervenuti: Alessandro Castagnaro, Carmine Gambardella, preside della facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli di Aversa(Sun), Paolo Giordano e Massimo Rosi.

Un esordio quello del gruppo, impegnato da tempo nella salvaguardia e rinascita dei segni della nostra identità culturale, che non poteva essere più «sfrontato» visto il tema scelto << Albergo dei Poveri, un grande monumento del passato come risorsa per la Napoli del futuro», che ha sfidato un terreno particolarmente insidioso sul piano politico, culturale ed accademico.
L’edificio è una delle tre singolari fabbriche concepite dall’architetto fiorentino Ferdinando Fuga insieme all’ormai perduto palazzo dei Granili e al Cimitero delle 366 fosse che oggi si affaccia da uno spalto cementizio su un paesaggio di tettoie e baracche indegno di questo dispositivo architettonico di autentico stampo illuminista.

La grandiosa costruzione realizzata a partire dal 1751 per volere del Re Carlo di Borbone nacque contemporaneamente all’edificazione della Reggia di Caserta, come se il giovane monarca volesse farsi perdonare un sito reale che rivaleggiava in fasto con il modello di Versailles, rivolgendo la sua attenzione ai diseredati del Regno con il Regium Totius Regni Pauperum Ospicium. Una fabbrica tuttavia incompiuta come se il Borbone partendo per la Spagna avesse portato con sé anche l’energia e la volontà necessarie per finire l’intrapresa di un’opera forse troppo ambiziosa che giace incompleta e in parziale abbandono. La testimonianza di un grande progetto incompiuto che in fondo è una delle grandi metafore della città del presente. Una Napoli eternamente in bilico tra grandi ambizioni e modesti risultati, le cui risorse restano potenzialità inespresse che si arenano contro la povertà del tessuto sociale, la fragilità delle istituzioni, soffocate da una conflittualità esasperata dalla mancanza di occasioni del momento attuale. Una metropoli che sembra, parafrasando Kafka, «destinata a un grande lunedì ma prigioniera di una domenica che non finisce mai».

Ambizioni precarie come l’equilibrio di alcune parti delle costruzione - evidentemente non sottoposte ai restauri in corso -  che versano in preoccupanti condizioni statiche come ha denunciato un allarmato Alessandro Castagnaro.
E prospettive non facili se, ha rincalzato Paolo Giordano, dietro la sua facciata disadorna, l’Albergo dei Poveri si rivela un oggetto ostico, refrattario, che è nel suo stesso essere parte di un apparato tipico di certo paternalismo illuminato che creava ambiti di segregazione e controllo sociale come efficacemente descritto da Michel Foucalt in Sorvegliare e punire.

Occorre, dunque, pensare ad una funzione prestigiosa che investa questo manufatto di un ruolo d’importanza europea innescando un processo di riqualificazione dell'ambito urbano che lo circonda e che contiene una delle pregevoli realizzazioni della capitale ottocentesca come l’Orto Botanico.
In questo senso, Massimo Rosi ha proposto come destinazione d’uso univoca quella di nuovo Museo Archeologico Nazionale, che potrebbe essere per alcuni aspetti il più grande d’Europa, tesi già condivisa dal prof. Gerardo Mazziotti e dal compianto Max Vajro. L’attuale Museo, collocato in quello che fu il Palazzo degli Studi, appare oggi inadeguato a contenere e mostrare reperti di un territorio che è stato e sarà uno dei più ricchi giacimenti archeologici mondiali. Questa grande struttura tardo barocca potrebbe rivelarsi proprio per le inconsuete, enormi dimensioni la più idonea ad ospitare mostre e ricostruzioni virtuali a scala reale di siti indisponibili alle visite o dispersi. In questo senso, allora, potremmo dire con orgoglio e ribaltando la negativa metafora precedente che l’Albergo dei Poveri siamo noi.

Grande successo del giornalista e scrittore Antonio Mocciola che col suo ultimo libro “Le vie nascoste - Tracce di Italia remota”, pubblicato da Giammarino editore (www.gianmmarinoeditore.it) ha fatto scattare l’idea nei giorni scorsi di un meeting culturale che si è tenuto nella scuola media statale G. Ciaramella di Afragola. Un incontro moderato dal sociologo e critico d’arte Maurizio Vitiello, a cui hanno partecipato tantissimi studenti, la stessa direttrice scolastica Milena Marchese, l’editore Gino Giammarino, l’avvocato ed ecologista Carlo Spina nonché l’autore di questo best seller che in pochi mesi dall’uscita ha sfondato il tetto delle ‘mille copie’ apparendo sulle testate dei più importanti giornali italiani. Nato a Napoli quarant’anni fa, Mocciola dopo gli studi classici e giuridici, si occupa di informazione collaborando con il magazine meridionalista "Il Brigante" edito sempre da Gianmmarino, di cui attualmente è capo-redattore.
Appassionato di musica e spettacolo, cura i booklet dei più recenti cd di Giuni Russo e del dvd di Franco Battiato dedicato alla cantante, che contiene il monologo teatrale scritto dallo stesso Mocciola con M. A Sisini e portato in scena da Piera Degli Esposti.

Nel 2006 esordisce nel panorama letterario pubblicando la raccolta di racconti "Quattordici tracce di amore disperso", che vince la rassegna "La Libreria degli Inediti". Nel 2008 pubblica con la Montag Edizioni "La sottrazione", naturale prosecuzione del lavoro precedente. Nel frattempo scrive, conduce trasmissioni radiofoniche e programmi televisivi su Sky.

Nel 2010 pubblica questo agile volumetto  "Le vie nascoste", la prima guida dei paesi abbandonati d’Italia. Un viaggio insolito, che dà voce a borghi cancellati e immobili da decenni, spesso da secoli, per indifferenza o noncuranza. Archeologia moderna mai esplorata, mai descritta e mai studiata abbastanza. Un libro che colma un vuoto e regala inedite emozioni, portandoci per mano  attraverso luoghi sconosciuti e disabitati, dai nomi arcaici e fantastici (Craco, Buonanotte, Romagnano al Monte, San Pietro Infine, Argentiera, Stramentizzo, Nardodipace). Ventuno “Pompei del Novecento”, scrigni di tesori inesplorati, al termine di strade impervie e spesso desolate. Un’Italia diversa, minore, persa nel buio della storia, che ritorna alla ribalta assieme al respiro dei suoi ricordi negati.

Un'operazione apprezzabilissima in cui l'autore non ricerca solo i segni passati ma soprattutto quelli contemporanei. Ad esempio, San Pietro Infine, dove rimangono impresse le tracce e le ferite  dell’ultima grande guerra, fa pensare a Hiroshima. Dovremmo annusare il 'respiro' del tempo negato agli uomini e alle donne a Hiroshima, a Nagasaki, ad Auschwitz, a Birkenau; in questi luoghi di negazione dell’uomo, la nostra memoria sarebbe colpita. Paesi abbandonati, contrade tradite e lasciate al loro destino, località svuotate, zone senza traccia dell’uomo e delle sue ragioni ci fanno capire che il tempo passa, ma le testimonianze restano, ed è motivo di civiltà salvaguardarle. In nome del futuro.

Dopo la chiusura invernale, mercoledì 6 giugno riapre al pubblico il Parco Termale di Agnano in via Agnano Astroni 24. Due piscine esterne di 400 mq, 4 vasche interne con idromassaggio, solarium, area massaggi, spa, cafè e servizi.
Il Parco Termale si estende su una superficie di 7000 mq ed è inserito nel contesto archeologico delle strutture ellenistiche del IV e III secolo a.C. che rappresentano le più antiche testimonianze archeologiche ritrovate nella Conca di Agnano.
Entro la fine di giugno l’area circostante le piscine, sarà attrezzata con un percorso ginnico, con una pista ciclabile, che consentirà di poter godere delle bellezze del luogo allenandosi.
Entro giugno poi l’area sarà attrezzata anche di una piscina di acqua dolce, riservata ai bambini, dai 4 ai 12 anni, con giochi e animazione durante i week end.

L’orario di ingresso è dalle 10.00 alle 18.00 con chiusura settimanale il lunedì.

Tutto da vedere "Spazio Blanch", a due passi da piazza Nazionale, il nuovo centro polifunzinale per l'arte contemporanea voluto tenacemente da tre giovani professionisti napoletani Marco Adinolfi, Massimiliano Cafaggi e Riccardo Stolica che in totale controtendenza rispetto alla drammatica crisi economica e intellettuale dei nostri giorni che trasforma i Cinema in Sale Bingo o supermercati, hanno deciso di sottrarre una struttura, ex deposito di materiale edile, ad un destino già scritto, per farne un centro di cultura contemporanea. Il tutto con la consapevolezza del rischio ma allo stesso modo della necessità di investire nella cultura e soprattutto nel territorio partenopeo che oggi più che mai sta riscoprendo le proprie potenzialità.

Per inaugurare il suggestivo spazio di Via T.G. Blanch 23, Marco Adinolfi ha scelto _Underscore, una mostra collettiva di 14 giovani artisti chiamati a confrontarsi con uno spazio ancora vergine sia per l'inconsueta collocazione urbanistica ( siamo a due passi sempre dalla convulsa piazza Nazionale) che per la caratterizzazione degli ambienti espositivi in stile minimal in cui domina il bianco brillante alle pareti che spazza via i toni del vecchio caseggiato abbandonato per restituire luce colore vivacità alle opere esposte di Marco Abbamondi, Stefano Ciannella, Daniel Cuberta, Piero Chiariello, Gigi Cifali, Carlo Colli, Antonio De Rosa, Corrado Folinea, Salvatore Maurio, Giorgio Milano, Massimiliano Mirabella, Giacomo Montanaro, Paolo Risoli, Alessandro Zannier.

info: SPAZIO BLANCH, Via Tommaso Blanch 23, Napoli

Orari: dal lunedì al venerdì 10.00 – 19.00; sabato solo su appuntamento

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Il Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina (M.A.D.R.E), Via Settembrini 79 - 80139 Napoli, sorge nel cuore storico di Napoli, a pochi metri dal Duomo e dal Tesoro di San Gennaro, a cento metri dal Museo Archeologico Nazionale e dall’Accademia di Belle Arti (Galleria d’Arte Moderna), lì dove si sviluppa l’antico quartiere di San Lorenzo.

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La Fondazione Mondragone si trova a Napoli, in piazzetta Mondragone, in un complesso monumentale che comprende la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. L'ente promuove l'innovazione nelle attività legate alla Moda. Ospita poi il Museo del Tessile e dell’Abbigliamento "Elena Aldobrandini" che testimonia con il suo patrimonio, la creatività, il gusto e l'antica tradizione che l'artigianato meridionale vanta in tale settore.

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