di Patrizia Giordano
Un Massimo Baldari inedito quello che espone in questi giorni presso la Pica Gallery, in via Vetriera. Il noto cronista del Mattino - dopo i suoi esordi al Roma - torna dopo trent’anni al suo primo grande amore: la fotografia, una passione coltivata con pazienza nel solco della discrezione com’è sua abitudine, mettendo in gioco l’esperienza acquista in questi ultimi anni nel campo delle nuove tecnologie per sfruttare al massimo tutte le potenzialità offerte dal digitale. Ed ecco ‘Fine Art Naples’ la sua prima personale, da Salvatore Pica sino a sabato 21 maggio, dove agli iniziali entusiasmi coloristici, Baldari sovrappone di una stessa immagine le atmosfere intense e surreali del bianco e nero, convinto che solo il b/n nella maggior parte dei casi può svelare la forza interna di una foto e far vibrare corde ormai sopite. Veri e propri ‘scatti di vita’ li ha definiti Francesco de Core, in occasione del varo del vernissage, che nascono dal rapporto con i paesaggi, i volti, la quotidianità, gli affetti vicini e collaterali, in cui le parole chiave sono passione ed emozione, ma anche leggerezza. Una leggerezza che non è mai superficialità ma essenzialità. E come se l’obiettivo di Baldari, perdendo la zavorra dei pensieri che appiattiscono e assecondando i propri istinti, riuscisse a volare più in alto proiettando anche il nostro sguardo un po’ più in là di dove di solito riusciamo a spingerlo. Un ‘occhio’ che non demorde quello di Baldari. Piuttosto scruta, analizza, scandaglia e che, forse, oltre a farci vedere cose che abitualmente non vediamo, ci aiuta a osservare sotto una luce diversa ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno ma di cui fatichiamo a cogliere il senso e che invece l’attimo di un fotogramma fissa e ci consegna. Così guardando il bianco e nero della lunga banchina di Via Caracciolo o della piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo, dove il gioco di luci, fessure e geometrie ci rivela la traccia dei diversi passaggi d’epoca dell’antica fortezza quasi a tenerci desti, vigili su quanto ancora verrà, oppure le spianate di terra, ruggine e polvere dell’ex area dell’Italsider a Bagnoli. “Scorci di un mondo che adesso ci appare solo preistoria, ma che conserva una dignità umile e profonda - racconta lo stesso autore - perché dentro resta attaccata la carne viva degli operai”. A ricordarci che la fotografia ha un potere strano, misterioso: congela ciò che è vivo ma sa dare vita all’inanimato. Un’aritmia dell’esistenza che l'autore ritrova tra gli anfratti della sua Napoli, antica e moderna, tra le rovine di Ercolano, Baia, Miseno, Cuma, nei residuali depositi di malinconiche mareggiate invernali o nel volo di un gabbiano, congelato per sempre in quel frammento di azione sospesa nell’eternità. Mentre il colore esplode in tutta la sua virulenta cromia dalle vecchie barche dei pescherecci al Borgo Marinari e l'infinita serie dei suoi personaggi. Sono immagini belle e surreali, talvolta anche incredibilmente ‘crude’ e solitarie, da cui pare di sentire il silenzio mai oppressivo ma dilatato delle lacerazioni del mondo che ci circonda, ma anche piene di amore e tenerezza, quasi a placare ansie ed inquietudini, come i ritratti di famiglia o gli straordinari tramonti su isole e coste che abitano la nostra voglia di pace. Perché a volte più che di un mondo nuovo, c’è bisogno di occhi nuovi per guardare il mondo ( orari lunedì/venerdì ore 9-12.30; 16.30-19, sabato 9-12.30).
dove: Pica Gallery, via Vetriera 16, Napoli
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