di Luciana Rollo Bancale
Cucina e letteratura, binomio vincente e non solo in 'rosa' che ha dato vita ad un genere molto diffuso negli ultimi anni: la gastro-letteratura. Al punto che una casa editrice torinese, 'Il Leone Verde', ha addirittura istituito una collana intitolata' Leggere è un gusto!' interamente dedicata ad esplorare gli intrecci gastronomico-letterari in piccoli e grandi capolavori del passato. Il perchè di tale commistione è ovvio. La letteratura, anche quella non autobiografica, nasce da sensazioni, odori, ricordi. E che cosa più del cibo, di una tavola imbandita con le tradizioni familiari e locali, può suscitare tutto questo??
La cucina è l'infanzia, la madre, la terra; anche dove non è presente il dato autobiografico, l'interesse gastronomico costituisce una cultura nascosta che impregna di sè i luoghi descritti, i caratteri dei personaggi, l'ambiente. Le caratteristiche di un determinato piatto vanno a identificarsi con la cultura e le tradizioni di un popolo, diventano folclore puro, e perciò elemento di curiosità da parte dello straniero. Nasce così una letteratura 'gastronomico-itinerante' che trova una delle prime espressioni nelle ricette raccolte dai protagonisti durante il loro viaggio nei diversi paesi, nel libro 'Il giro del Mondo in 80 giorni' di Jules Verne. E sembrerebbe strano trovare tanta attenzione all'elemento culinario in un romanzo d'avventura, se questo non implicasse appunto una caratterizzazione di culture e civiltà diverse che a volte si scontrano nella medesima terra. Si pensi alla Sicilia, al contrasto tra la cucina dei contadini offertaci dai 'Malavoglia' e la tragica opulenza del buffet festivo descritto da Tomasi di Lampedusa nel 'Gattopardo' con abbondanza di aragoste, tacchini, galantine, in cui il compiacimento barocco di quella tavola sembra l'unica traccia di vita di un mondo che muore. Qui il contrasto di culture diventa un vero 'spaccato' sociale e storico. E parlando della terra siciliana non si può fare a meno di pensare al sapore del formaggio citato da Elio Vittorini nelle 'Conversazioni in Sicilia', per lui basterà quel sapore 'bianco eppur aspro e antico' del formaggio siculo a riportargli sensazioni dell'infanzia assieme all'immagine della madre che arrostisce l'aringa.
Forza evocatrice del cibo, dunque, capace di suscitare grandi pagine letterarie e allora viene subito da pensare a Marcel Proust, dove il sapore delle famose madeleine, quei biscottini panciuti che mangiava da bambino a Combray in casa della zia ammalata, suscitano in lui un'emozione tale da dare addirittura origine al romanzo.
Sullo stesso filone evocativo metterei Colette che ne 'Il mio Noviziato' rammenta con nostalgia le cene dell'infanzia e l'entusiasmo che suscitava in lei il 'puchero', quella sorta di bollito misto che facevano a casa sua.
Francamente le citazioni sarebbero infinite ed è curioso osservare come persino in uno scrittore poco intimista come Giosuè Carducci si trovi il racconto della 'merlata' con accurate descrizioni di lui, provetto cacciatore e buongustaio, della preparazione dei merli e dei crostini, nelle sue vivaci cronache campestri di Castagneto Marittimo.
Ricordiamo ancora il compiacimento attraverso il quale sono descritte le ricche tavole dei 'Buddenbrook' da uno scrittore sensibile e raffinato come Thomas Mann, oppure le evocazioni di piatti appetitosi in 'Donna Flor ed i suoi due mariti', di Amado ( 1966), per non parlare di quei libri in cui il cibo diventa persino protagonista: libri che sembrano costruiti attorno ad un pranzo quali appaiono sin dall'esordio della letteratura, il 'Simposio' di Platone e poi il 'Satyricon' di Petronio, con la dettagliata descrizione delle cinquanta portate servite alla cena di Trimalcione, fino ad arrivare ai giorni d'oggi, al famossimo 'Pranzo di Babette' di Karen Blixen o ai romanzi di Joanne Harris dai titoli eloquenti ' Vino, patate e mele rosse' o 'Chocolat' reso celebre dalla trasposizione cinematografica con Juliette Binoche.
E come escludere da questo parziale elenco gastro-letterario tutti quei famosissimi detective,'Maigret' di Simenon, 'Nero Wolf' di Rex Stout, 'Pepe Carvalho' di Manuel Vasquez Montalban, fino al nostro 'Montalbano', di Andrea Camilleri: tutti uniti nella loro diversità dalla passione per la buona cucina. A volte le indagini sono addirittura spezzate, inframmezzate dalla descrizione di gustosissimi manicaretti, qualche volta persino ciascuno di loro.A volte le indagini sono addirittura spezzate, inframmezzate dalla descrizione di gustosissimi manicaretti, qualche volta persino accompagnati e arricchiti da ricette, un genere letterario questo definito 'romanzo goloso' di cui si può considerare antesignana Alice B. Toklas( 1954), l'amica del cuore di Gertrude Stein che nel suo libro di memorie( Il libro di cucina) descrive le eleganti cene preparate da lei e dal suo cuoco indocinese per gli artisti famosi che gravitavano nel celebre salotto parigino della Stein dandole un buon spunto per raccontare le vicende di ognuno.
L'ultima curiosità giunge dall'Oriente, dove scopriamo come il genere gastrolettarario si vada diffondendo anche lì, sopratutto in Asia con titoli curiosi quali 'La vendetta della melanzana' di Bulbul Sharma( edito dalla Marcos y Marcos 2001) composto da tredici racconti, ognuno accompagnato dalla ricetta dei piatti che ne hanno insaporito la trama; 'Il ristorante dell'amore ritrovato' della giapponese Ogawa Ito, e 'Mango, curry e souvenir', entrambi editi da Neri Pozza (2010), di Yasmin Alibhai Brown, scrittrice di orgine indiana ma trapiantata in Uganda assieme alla famiglia sotto l'impero britannico fino a quando tutti gli asiatici furono banditi dal dittatore Amin. Dagli anni '70 la Brown vive a Londra ma nel suo doloroso peregrinare ciò che la tiene ancorata alla propria identità è appunto il cibo, tenacemente preparato dalle mamme e dalle zie che si portano dietro da una terra ad un'altra i loro piccoli utensili e le ricette tramandate in famiglia.
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