di Padre Giovanni Mancino*

Vasto, unico e prezioso il patrimonio liturgico presente nel Museo dell'Opera Pia Purgatorio ad Arco, lungo la Via dei Tribunali, un patrimonio inestimabile composto da un insieme di parati, addobbi per ornare il pio luogo e paramenti indossati dal clero durante le funzioni religiose, realizzati su telai al tiro, con un lungo e sapiente lavoro manuale di intreccio di fili di seta policroma e ricami in oro e argento riccio e ritorto, opera di artigiani napoletani considerati da sempre veri maestri nell'agopittura.

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(Patrizia Giordano e PP G. Mancino)

L’effetto, per chi sa coglierlo, è straordinario, dirompente: un giro della “perdonanza” andata e ritorno nelle viscere della terra che sembra annullare nel suo percorso qualsiasi separazione fra sacro e profano, fra “tempo della vita e tempo che precede e oltrepassa la vita”.
Il piano della chiesa superiore di Purgatorio ad Arco costituiva, infatti, per il fedele, il tentativo di elevazione spirituale dopo la meditatio mortis, offerta dalla visione appunto del suo cimitero sottostante, riflettendo così nella disposizione dell’edificio di via Tribunali una rappresentazione visiva del purgatorio dantesco, quale stadio intermedio fra terra e cielo, fra inferno e paradiso, dove il poeta, nella sua concezione morale, volle dare grande rilievo al principio che alla salvazione dell’anima basta un istante di pentimento sincero anche all’ultimo minuto per avviarsi alla beatitudine eterna. Ecco perché il purgatorio è ancora Terra e si avvicina a quella divagazione del tutto leggendaria che ha portato a localizzare tra Napoli e Cuma, l’entrata alla “selva oscura”.

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